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Introduzione
L'MDMA
La farmacocinetica
Il meccanismo di neurodegenerazione
L'Ecstasy
Conclusioni
Bibliografia

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Introduzione |
La
3,4-metilendiossimetamfetamina (MDMA),
la cui prima sintesi si attribuisce
al chimico tedesco Fritz Haber che nel
1898 ne pubblicò il metodo, è il prototipo
di un gruppo di amfetamine caratterizzate
dalla funzione 3,4-metilendiossi. Con
una terminologia introdotta da Nichols
nel 1986, esse sono dette "entattogene"
per specificare in ragione dell'etimo
greco e latino la singolare tipologia
dei loro effetti. L'MDMA deve gran parte
della sua popolarità al fatto di essere
illecitamente commercializzata come
ecstasy, droga ricreazionale in voga
fra i giovani. Proveniente dalla California,
l'ecstasy ha raggiunto l'Europa attraverso
Ibiza dove all'inizio degli anni '80
si ballava al ritmo di "house and
garage music", generi musicali
antesignani della "techno"
provenienti anch'essi dagli Stati Uniti.
Molti dee-jay che lavorarono in quegli
anni ad Ibiza, al ritorno nei loro paesi
d'origine, fecero da battistrada al
fenomeno "rave" la cui diffusione
è avvenuta parallelamente a quella dell'ecstasy.
La crescente popolarità dell'ecstasy
e la consapevolezza che in numerosi
modelli animali, compreso il primate
non umano, l'MDMA somministrata a dosi
comparabili a quelle assunte dall'uomo
a scopo ricreazionale è in grado di
alterare, forse in modo permanente,
l'architettura di specifiche parti del
cervello, costituiscono motivo di grande
preoccupazione. Questo lavoro descrive
le attuali conoscenze intorno ad alcuni
aspetti di un fenomeno che rappresenta
argomento di interesse per i professionisti
di questo settore della salute pubblica.
Gli
effetti sull'uomo e sull'animale da
esperimento
Sebbene
brevettata dalla Merck fin dal 1914
gli effetti dell'MDMA sull'uomo sono
stati esaminati con attenzione soltanto
a partire dai primi anni '70, quando
A. Shulgin risintetizzò la molecola
e ne sperimentò personalmente gli effetti.
Egli si rese conto che l'MDMA, assunta
per os alla dose di 100/150mg, pur conservando
in forma attenuata l'azione stimolante
tipica delle amfetamine, induce un'esperienza
piacevole che inizia a manifestarsi
dopo 20/30 minuti e si mantiene per
4/6 ore. Questa condizione, simile ad
un sentimento d'amore senza esacerbazione
del desiderio sessuale, è caratterizzata
da ansia difensiva ridotta, umore elevato,
introspezione più acuta e migliore capacità
di articolazione di stati e sensazioni,
senza alterazione della percezione o
difficoltà di orientamento. In considerazione
di questi effetti, definiti entattogeni,
molti psicoterapeuti statunitensi, dalla
seconda metà degli anni '70 fino al
1985, anno in cui la Drug Enforcement
Agency (DEA) ha inserito l'MDMA nella
categoria più restrittiva del Controlled
Substance Act (CSA), somministrarono
la sostanza ai loro pazienti come farmaco
integrativo al trattamento. Alcuni di
questi professionisti sostengono ancor
oggi che l'MDMA facilita il raggiungimento
dei risultati attesi con la psicoterapia,
migliorandone l'efficacia. Oltre agli
effetti entattogeni, l'MDMA manifesta
nell'uomo azione antifame ed antifatica
e provoca aumento di frequenza cardiaca,
pressione arteriosa e temperatura corporea,
nonché midriasi, secchezza alle fauci
e tensione alla mascella. Nel ratto
l'MDMA incrementa l'attività locomotoria
orizzontale, la temperatura corporea
e la frequenza cardiaca. Nel cane, dosi
fra 2 e 10 mg/kg di peso, causano midriasi,
salivazione, piloerezione, ipertermia.
Dosi molto elevate di MDMA provocano
convulsioni in ratto, cane e scimmia
e la LD50 nel topo è compresa fra 80
e 115 mg/kg di peso. Gli studi di "drug
discrimination" dimostrano che
essa sostituisce la d-amfetamina nel
ratto, nel piccione e nella scimmia
allenati a discriminare quest'ultima
dalla soluzione salina. Al contrario
l'MDMA non sostituisce la 2,5 dimetossi-4-metamfetamina
(DOM). Negli studi di "self administration"
alla stessa maniera degli eccitanti
e differentemente rispetto agli allucinogeni
gli animali mostrano propensione ad
autosomministrarsi l'MDMA. Queste osservazioni
confermano che essa presenta significativa
attività stimolante e che, almeno per
quanto riguarda i modelli sperimentali,
è maggiormente assimilabile alle sostanze
eccitanti tipo d-amfetamina rispetto
a quelle allucinogene tipo DOM.
Il
meccanismo d'azione: elementi di analisi
e considerazioni
L'utilizzo della microdialisi
cerebrale che, mediante impianto stereotassico
di sottilissime fibre da dialisi, consente
di misurare nell'animale sveglio e libero
di muoversi le modificazioni neurotrasmettitoriali
indotte in specifiche aree cerebrali
dalla somministrazione di una sostanza,
ha dimostrato che l'MDMA determina significativo
aumento della concentrazione extracellulare
di serotonina (5HT) nello striato (fig. 1) e nella corteccia cerebrale (fig. 2).
Tale incremento, il cui andamento ben
si correla alla durata degli effetti
attribuibili alla sostanza, è dose dipendente
e risulta esser potenziato dal pretrattamento
con un precursore della 5HT (fig.
3) come il 5-idrossitriptofano (5HTP).
Inoltre esso è attenuato dalla cosomministrazione
di un inibitore della ricaptazione della
5HT come la fluoxetina (fig.
4) mentre non è affatto influenzato
dalla cosomministrazione di un bloccante
il potenziale d'azione come la tetrodotossina
(fig.
5).
L'analisi di questi dati, oltre a mostrare
che l'incremento di concentrazione extracellulare
di 5HT indotto dall'MDMA può essere
potenziato stimolandone preventivamente
la sintesi, suggerisce che, in ragione
dell'attenuazione determinata dalla
fluoxetina, la liberazione di 5HT nello
spazio intersinaptico è mediata dal
"carrier" di membrana per
la ricaptazione del trasmettitore e
che, considerata l'inefficacia della
tetrodotossina nel bloccare tale liberazione,
essa è indipendente dal meccanismo fisiologico
di conduzione dell'impulso nervoso.
La microdialisi cerebrale ha inoltre
confermato che, sebbene le modificazioni
neurochimiche determinate dall'MDMA
interessano prevalentemente il sistema
serotoninergico, essa interagisce anche
con quello dopaminergico provocando
l'aumento della concentrazione extracellulare
di dopamina (DA) nello striato (fig.6).
La struttura molecolare delle amfetamine
permette di ottenere derivati farmacologicamente
assai differenti mediante sostituzioni
su anello aromatico, catena laterale
e gruppo aminico terminale. Gli effetti
neurochimici indotti dall'MDMA si correlano
alle sue caratteristiche molecolari
(fig.7).
Essa è bisostituita sull'anello in posizione
3-4 con la funzione metilendiossi ed
è un'amina secondaria; possedendo un
centro chirale sul carbonio a, esiste
nei due isomeri ottici destrogiro S-(+)
e levogiro R-(-) il primo dei quali
(fig. 8) risulta essere il più efficace.
Le amfetamine che esercitano una potente
azione stimolante centrale, come d-amfetamina
e metamfetamina, al pari dell'MDMA sono
più attive in forma destrogira. Viceversa
quelle dotate di effetto allucinogeno,
come la DOM, sono più efficaci come
isomeri levogiri, sono caratterizzate
dalla funzione metossi, sono generalmente
trisistituite sull'anello in posizione
3-4-5 o 2-4-5 e sono amine primarie.
Questi dati suggeriscono che le sostituzioni
sull'anello aromatico condizionano lo
spostamento dell'azione farmacologica
dal sistema dopaminergico a quello serotoninergico,
che la bisostituzione sull'anello con
la funzione 3,4-metilendiossi favorisce,
rispetto a trisostituzione e funzione
metossi, la perdita delle proprietà
allucinogene e l'acquisizione di quelle
entattogene ed infine che le residue
attività allucinogene sono indebolite
ulteriormente dalla sostituzione sul
gruppo aminico terminale: infatti mentre
la metilendiossiamfetamina (MDA) (Fig.9),
che è un'amina primaria conserva in
misura ancora significativa questa proprietà,
l'MDMA ne risulta quasi sprovvista.
Sulla base degli effetti farmacologici
e della struttura molecolare di ciascun
derivato, le amfetamine possono dunque
esser distinte in stimolanti (prototipo:
metamfetamina), allucinogene (prototipo:
DOM) ed entattogene (prototipo: MDMA)
riconoscendo ciascuno dei tre gruppi
uno specifico meccanismo d'azione.
Le amfetamine stimolanti interferiscono
con l'immagazzinamento vescicolare della
DA ed inibiscono le monoaminossidasi
(MAO): entrambe queste azioni aumentano
la concentrazione citoplasmatica di
DA e conseguentemente quella nello spazio
intersinaptico. Le metossiamfetamine
allucinogene per le loro caratteristiche
steriche ed elettrostatiche interagiscono
con i recettori 5HT2A e 5HT2C. Per quanto
riguarda le amfetamine entattogene,
sebbene l'MDMA mostri affinità per il
sito di "uptake" della 5HT
e, nell'ordine, per i recettori a 2,
5-HT2 ed M1, sulla base dei dati sopra
riportati si ritiene che la sua azione
sul sistema serotoninergico sia assimilabile
a quella delle amfetamine eccitanti
a livello del sistema dopaminergico.
L'MDMA penetra nel terminale sinaptico
probabilmente in scambio con la 5HT
e blocca il "carrier" per
il trasporto del neurotrasmettitore
all'interno delle vescicole che si trovano
nel bulbo terminale dell'assone serotoninergico.
Contestualmente essa inibisce le MAO
e più significativamente l'isoenzima
A rispetto al B. In questo
modo la concentrazione della 5HT nel
citoplasma supera quella nello spazio
sinaptico e si determina un'inversione
della direzione di trasporto del "carrier"
di membrana per cui la 5HT accumulata
nel citoplasma si riversa, con meccanismo
calcio-indipendente, nello spazio intersinaptico.
Per quanto riguarda la DA l'aumento
della sua concentrazione extracellulare
è indotto dall'MDMA sia direttamente
che indirettamente per azione della
5HT sul recettore postsinaptico 5HT2A/C
posto su un interneurone inibitorio
GABA. La stimolazione di questo recettore
si risolve nella diminuzione della trasmissione
gabaergica che incrementa sintesi e
rilascio di DA.
All'iniziale effetto di stimolo della
trasmissione serotoninergica segue l'effetto
opposto per inibizione della triptofano-idrossilasi
(TPH), enzima fondamentale per la sintesi
della 5HT; la diminuzione della concentrazione
dell'acido 5-idrossiindolacetico (5HIAA),
che si può dimostrare nel liquor in
questa fase, è indicativa dell'abbassamento
della funzione serotoninergica.
L'assorbimento dell'MDMA somministrata
per os è rapido e nell'uomo il picco
plasmatico si raggiunge in circa 2 ore.
L'emivita plasmatica è intorno alle
6-7 ore ed in 72 ore il 72% della dose
somministrata è eliminata con le urine.
Nel ratto l'emivita è stimata in circa
70 minuti per l'isomero destrogiro S-(+)
ed in circa 100 minuti per quello levogiro
R-(-). Nel cane il legame alle proteine
plasmatiche è indipendente dalla dose
e varia dal 34 al 40%. Il metabolita
principale della MDMA è la MDA; la più
importante via di metabolizzazione di
entrambe è la N-demetilazione in catelcolderivati
successivamente ossidati in chinoni.
L'N-demetilazione è una reazione ossidativa
catalizzata dal sistema P-450 ed è possibile
che attraverso l'isoenzima CYP2D6 esistano
metabolizzatori rapidi e lenti. Pur
non potendosi escludere che differenze
metaboliche condizionino la comparsa
di manifestazioni tossiche, nel ratto
Dark Agouti le alterazioni indotte dall'MDMA
sono comparabili nei due sessi, sebbene
il metabolismo CYP2D6 sia significativamente
più veloce nei maschi rispetto alle
femmine.
La questione della neurotossicità: dati
nei modelli animali ed osservazioni
sull'uomo
In numerose specie animali l'MDMA manifesta
caratteristica azione neurotossica sui
sottili terminali assonali dei neuroni
serotoninergici
i cui corpi cellulari si trovano nel
nucleo del rafe dorsale, risparmiando
quelli di maggior diametro che originano
nel nucleo del rafe mediano. Il metodo
di Fink-Heimer mostra l'impregnazione
argentica degli assoni degenerati. La
degenerazione inizia entro poche ore
dall'ultima somministrazione di MDMA
e persiste molti mesi. Essendo risparmiati
i pirenofori gli assoni sono in grado
di essere rigenerati. L'autoradiografia
dei siti di "uptake" della
5-HT e lo studio immunocitochimico degli
assoni reattivi hanno evidenziato che
la reinnervazione che si osserva nel
ratto albino e soprattutto nella scimmia
scoiattolo 12/18 mesi dopo la somministrazione,
rispettivamente per via i.p. ed s.c.
di 5 mg di MDMA, due volte al giorno
per quattro giorni, segue un modello
anormale. Essa è caratterizzata da riorganizzazione
delle proiezioni assonali ascendenti
serotoninergiche, con denervazione della
neocorteccia dorsale ed iperinnervazione
di amigdala ed ipotalamo. Da tutti i
modelli sperimentali, ad eccezione del
topo con il quale si sono ottenuti risultati
non sempre univoci, risulta che la somministrazione
di MDMA in un'unica dose elevata o dopo
trattamenti ripetuti determina riduzione
di 5-HT cerebrale, 5-HIAA liquorale
ed attività triptofano-idrossilasica.
La perdita del contenuto cellulare di
5HT avviene in due fasi. La prima coincide
col rilascio acuto di 5HT dopo il quale
le concentrazioni si rinormalizzano
nell'arco di 24 ore. La seconda corrisponde
alla diminuzione a lungo termine del
contenuto di 5HT; essa si instaura nel
giro di tre giorni e, sostenuta dal
persistente decremento dell'attività
triptofano idrossilasica, si mantiene
per oltre un anno. Nel primate non umano,
più sensibile del ratto agli effetti
neurotossici dell'MDMA, le alterazioni
si osservano anche dopo somministrazione
orale e piccoli aumenti di dose causano
incrementi cospicui nella deplezione
di 5HT. Le diminuzioni più forti si
evidenziano nella neocorteccia, nello
striato e nell'ippocampo; le più lievi
si riscontrano a livello di tronco encefalico
ed ipotalamo. Immagini PET del cervello
di babbuino hanno recentemente fornito
una ulteriore conferma di questo modello
di tossicità.
Numerose ricerche sui roditori hanno
tentato di indagare le conseguenze comportamentali
della neurotossicità serotoninergica.
Animali trattati con dosi di MDMA che
determinano una riduzione fra il 35%
ed il 70% dei livelli di 5-HT nello
striato e nell'ippocampo non evidenziano
cambiamenti significativi in "emergence",
"hot plate response", "auditory
startle", "complex maze performance",
"one and two way avoidance",
"swim test" ed "eight
radial arm maze". è stato invece
dimostrato che diminuiscono le vocalizzazioni
ultrasoniche dei piccoli dei ratti dopo
la separazione dalla madre.
I modelli comportamentali risentono
dell'assenza di specificità per il sistema
serotoninergico, dato che presumibilmente
molti neurotrasmettitori sottendono
i comportamenti osservati. Mancando
una specifica misura comportamentale
per la funzione di 5-HT è difficile
trarre conclusioni e l'estensione della
tossicità MDMA indotta può essere insufficiente
a determinare modificazioni significative,
considerando che nei modelli di neurodegenerazione
tipo Parkinson non si osservano cambiamenti
finché non vengono distrutte il 70-80%
delle terminazioni dopaminergiche.
Da quando MDMA di sintesi clandestina
è commercializzata come droga l'eventuale
neurotossicità per l'uomo è motivo di
preoccupazione, pur tenendo conto che
le preparazioni di ecstasy possono effettivamente
contenere MDMA o molecole analoghe,
non contenerla affatto, oppure ancora
essere contaminate da altri principi
tossici di per sé. Considerando che
le sequele osservate sull'uomo sono
da attribuirsi all'ecstasy e che nella
maggior parte degli studi che hanno
riscontrato neurodegenerazione negli
animali l'MDMA è somministrata per vie
diverse da quella orale, a dosi cospicue
ed in limitati intervalli di tempo,
il passaggio dall'animale all'uomo rimane
vago ed incerto. Ciò non toglie che:
1) dosi elevate di
ecstasy somministrate ripetutamente
sono correlate nell'uomo ad una diminuzione
del 25% dei livelli di 5-HIAA nel liquido
cerebrospinale;
2) l'uso cronico di
ecstasy può condurre ad alterazioni
nei cicli del sonno ed è stato dimostrato
che la risposta prolattinica a L-triptofano
viene diminuita;
3) numerosi resoconti
hanno attribuito all'assuzione di ecstasy
lo sviluppo di anomalie neuropsichiatriche
acute e croniche che comprendono disturbi
da panico, depressione e psicosi.
Del tutto recentemente (1998) in 15
giovani consumatori di ecstasy è stato
dimostrato un significativo decremento
del trasportatore di membrana della
5HT misurato alla PET mediante l'MCN-5652
radioligando selettivo per il "carrier".
Queste osservazioni suggeriscono che
negli esseri umani il sistema serotoninergico
può essere influenzato dall'assunzione
di ecstasy, ricordando tuttavia che
la maggior parte dei consumatori di
droghe ricreazionali sono poliabusatori
e che i loro "self-report"
sono di dubbia affidabilità.
A fronte di queste incertezze vi sono
i dati di una indagine di Fase 1, a
doppio cieco con controllo placebo,
sugli effetti dell'MDMA nell'uomo autorizzata
dalla Food and Drug Administration (FDA)
ed avviata a partire dal maggio 1994
presso l'Harbor-UCLA Medical Center
di Torrance in California. I partecipanti
a questa ricerca sono stati sottoposti
a scansioni con spettroscopia RM e SPECT
i cui risultati sono compatibili con
alterazioni della neurochimica cerebrale
e della perfusione sanguigna in particolare
nella corteccia visiva del lobo occipitale.

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Il
meccanismo di neurodegenerazione |
Danno assonale ed inattivazione del
TPH non possono essere attribuiti né
ai prodotti metabolici dell'MDMA né
a quelli della 5HT. La DA è chiaramente
implicata nel meccanismo neurotossico
dell'MDMA. Esiste una correlazione lineare
tra rilascio acuto di DA e danno a lungo
termine delle terminazioni serotoninergiche.
Il pretrattamento con a-metil-para-tirosina,
inibitore della sintesi di DA, attenua
l'alterazione degli assoni serotoninergici
e la distruzione delle terminazioni
dopaminergiche con la neurotossina 6-OH-DA
determina la completa protezione
dalla neurotossicità da MDMA. Per converso
si osserva un aumento della neurotossicità
indotta da MDMA, in seguito a pretrattamento
con L-DOPA. Mentre il danno neuronale
è potenziato dalla DA, la preventiva
somministrazione di triptofano (TP)
o 5-idrossitriptofano (5-OHTP) aumenta
il rilascio extraneuronale di 5HT dopo
MDMA ma previene, invece che incrementare,
la neurotossicità. Il 5-metossi-6-metil-2-aminoindano,
molecola sprovvista di azione intrinseca
sulla DA, provoca selettivamente liberazione
e successiva deplezione di 5HT, senza
tossicità per il sistema serotoninergico
se non somministrato in combinazione
con (+)-amfetamina. é noto da tempo
che la fluoxetina, somministrata fino
a sei ore dopo l'MDMA, ne attenua significativamente
la neurotossicità e più recentemente
si è accertato che il "carrier"
di membrana per l'"uptake"
della 5HT, in mancanza di quest'ultima,
riconosce come substrato anche la DA.
Importanti evidenze riguardano il ruolo
dello stress ossidativo. Infatti l'MDMA
incrementa la formazione di sostanze
reattive all'acido tiobarbiturico ed
il reagente "spin trap" a-fenil-N-ter-butyl-nitrone,
che inattiva i radicali liberi, previene
la neurodegenerazione da MDMA. é suggestivo
che la deplezione di 5HT dai neuroni
serotoninergici renda i terminali vulnerabili
e che la DA trasportata dal "carrier"
per l'"uptake" della 5HT dal
pool extracellulare incrementato all'interno
del terminale serotoninergico depleto
di 5HT sia deaminata dalle MAO-B di
cui quest'ultimo è primariamente provvisto.
Il metabolismo della DA nelle terminazioni
serotoninergiche genera perossido di
idrogeno in misura superiore alle capacità
riduttive della cellula provocando perossidazione
lipidica, stress ossidativo generalizzato
e degenerazione selettiva degli assoni.
In effetti il pretrattamento con l-deprenil
o con MDL-72974 inibitori delle MAO-B
protegge dagli effetti neurotossici
di 40 mg/kg di MDMA in singola dose.
Nel terminale serotoninergico la MAO-B
sembra giocare un ruolo protettivo degradando
neurotrasmettitori estranei: in normali
condizioni la deaminazione da parte
della MAO-B di DA estranea, che può
occasionalmente entrare nel terminale
serotoninergico, ha minime conseguenze
essendo la capacità riduttiva del neurone
sufficiente a neutralizzare bassi livelli
di ossidanti. Il trattamento con MDMA
supera la capacità del neurone di distruggere
le specie ossidative, determinando tossicità.
Analogamente l'inattivazione di TPH
potrebbe essere causata dall'ossidazione
dei gruppi tiolici della sua molecola
e si suppone che la fase di reversibilità
a breve termine dell'attività idrossilasica
sia effetto di un meccanismo di inibizione
enzimatica mentre la riduzione a lungo
termine più propriamente rifletta la
degenerazione assonale. Considerando
che il sistema gabaergico modula l'attività
dopaminergica questo modello non contrasta
con l'osservazione che l'agonista GABA
clormetiazolo attenua la neurotossicità
da MDMA. Al momento attuale invece non
vi sono dati sufficientemente convincenti
intorno al ruolo di glutammato e nitrossido
nel meccanismo neurotossico dell'MDMA.
Un importante argomento di indagine
riguarda l'implicazione della temperatura
ambientale nei processi neurotossici
da MDMA. Molti laboratori hanno dimostrato
che quando l'MDMA viene somministrata
all'animale alla temperatura ambientale
di 24°C (o più alta) vi è ipertermia
mentre a 10°C c'è risposta ipotermica.
Gli effetti dell'MDMA sulla temperatura
corporea sembrano direttamente correlati
alla temperatura ambientale. L'ipertermia
è nell'uomo uno dei più gravi effetti
collaterali associati all'uso di ecstasy
mentre l'ipotermia protegge contro i
danni cerebrali indotti da una grande
varietà di cause. Gli animali stabulati
in ambiente freddo diminuiscono sia
il rilascio di DA che la neurotossicità
da amfetamina. Allo stesso modo si potrebbe
ipotizzare che la riduzione di temperatura
corporea diminuisca gli effetti neurochimici
dell'MDMA fornendo indirettamente protezione
nei confronti dei suoi effetti tossici.
 |
L'Ecstasy |
Le
preparazioni da strada
Di
facile sintesi a partire da precursori
reperibili senza difficoltà, l'ecstasy
ha un costo relativamente basso
rispetto alle droghe d'abuso classiche.
In Europa, il traffico di ecstasy ha
il suo centro di smistamento in Olanda,
mentre la sintesi del principio attivo
e la preparazione in compresse avvengono
soprattutto nei Paesi dell'Est. In Italia
il 4-allil-1, 2-metilendiossibenzene
(safrolo) è considerato il principale
precursore: usato come olio di sassofrasso
per aromatizzare cosmetici e saponi,
è di facile approvvigionamento nonostante
la legislazione in tema di sostanze
stupefacenti preveda l'obbligo di segnalazione
della vendita dei prodotti utilizzabili
per la loro sintesi chimica. Già nel
1989, a Massa Carrara, in un laboratorio
clandestino fu rinvenuto safrolo sufficiente
a preparare 15.000 compresse di ecstasy,
ciascuna da 100 mg di principio attivo.
Come precedentemente osservato le compresse
sono spesso miscugli di MDMA, MDA, MDEA
(3,4-metilenediossietilamfetamina) o
MBDB (N-metil-1-(1,3-benzodiossol-s-il)-2-butanamina)
in quantità ed in proporzioni variabili;
esse possono contenere impurità di fabbricazione
come acetato di piombo o safrolo ed
essere tagliate con prodotti diversi
come zucchero in polvere e caffeina
o con altre sostanze psicoattive come
LSD e amfetamine (fig.10).
Il profilo del consumatore
I consumatori d'ecstasy sono
considerati "recreational drug
user", espressione che definisce
le persone che assumono
sostanze in relazione a precisi tipi
di divertimento come i "rave"
nel caso specifico; spesso sono avvezzi
ad assumere le pasticche con altre sostanze
e sono suscettibili di sperimentare
droghe per fumo o per sniffo evitando
generalmente la via intravenosa. Per
quanto riescano per lo più ad evitare
una grave compromissione sociale e non
si considerino tossicomani, riconoscono
spesso che l'uso della sostanza ha comportato
per loro conseguenze negative di vario
genere. Non di rado l'intensificarsi
delle assunzioni favorisce la comparsa
degli effetti spiacevoli e sebbene si
conoscano casi di abuso importante non
sembra esistere una reale condizione
di tossicomania. Nella pratica clinica
sono giunti alla nostra osservazione
consumatori di ecstasy della più diversa
provenienza socio-demografica e ci siamo
confrontati tanto con situazioni di
assunzione programmata o rituale quanto
con casi di abuso ripetitivo alla ricerca
di effetti precisi in risposta a situazioni
di malessere.
Gli effetti avversi
Le complicazioni segnalate nell'uomo
in seguito all'assunzione di ecstasy
riguardano tutto sommato un numero esiguo
di persone rispetto al gran numero di
utilizzatori. Sulla base dei casi riportati
in letteratura si tengono distinte le
complicanze sistemiche acute dagli effetti
neuropsichiatrici indesiderati subacuti
e cronici. Le prime costituiscono la
temibile sindrome da intossicazione
acuta, che può manifestarsi non solo
alla prima assunzione ma anche in consumatori
abituali. Il quadro clinico è caratterizzato
da irrequietezza, confusione mentale,
alterazione della coscienza, iperriflessia,
mioclono, convulsioni, pallore cutaneo,
piloerezione, midriasi, secchezza alle
fauci e sintomi gastro-intestinali tipo
nausea e diarrea. Nei casi più gravi
si osserva rabdomiolisi con mioglobinuria,
insufficienza renale acuta (IRA), coagulazione
intravascolare disseminata (CID) ed
ipertermia la cui insorgenza è favorita
non solo dalla sostanza ma anche dall'attività
fisica prolungata (il ballo) in ambienti
sovraffollati, caldo-umidi e con ventilazione
insufficiente. Frequenza cardiaca e
pressione arteriosa sono elevate, e
possono presentarsi severe aritmie con
ipotensione fino allo shock. Per molti
di questi effetti manca una chiara correlazione
con la dose di sostanza assunta. L'epatotossicità,
sporadicamente segnalata, è attribuibile
più a contaminanti ed impurità, presenti
nelle preparazioni da strada, che non
propriamente al principio attivo, anche
se ipertermia e CID possono correlarsi
con compromissione epatica.
La
prognosi sembra legata alla rapidità
del controllo dell'ipertermia
ed il trattamento deve essere
posto in atto entro le prime ore
dopo l'assunzione; esso è finalizzato
al mantenimento delle funzioni
vitali ed al controllo della sintomatologia.
La gastrolusi, seguita dalla somministrazione
di carbone attivo, è efficace
solo se tempestiva.
L'MDMA sembra provocare il rilascio
di ormone antidiuretico (ADH)
e la contrazione della diuresi,
accompagnata dalla tendenza compulsiva
a bere liquidi, può contribuire
alla comparsa di edema cerebrale.
Le bevande isotoniche ed i fluidi
salini riducono il rischio di
eccessivo assorbimento cellulare
di acqua e favoriscono il ripristino
dell'equilibrio idroelettrolitico.
E' sconsigliabile incrementare
la velocità di eliminazione renale
della sostanza mediante diuresi
forzata acida. L'eccessiva contrattilità
muscolare con distruzione delle
miofibre potrebbe essere una delle
cause dell'ipertermia e l'acidificazione
delle urine in presenza di mioglobinuria
favorisce l'insufficienza renale.
Per il controllo |
Fig.
10 Alcuni tipi di pastiglie di
Ecstasy |
dell'ipertermia il dantrolene, calcioantagonista
ad azione squisitamente periferica,
si è rivelato efficace in molti casi
ma almeno in prima battuta sono preferibili
i tradizionali mezzi fisici. Non devono
invece essere somministrati salicilati
antipiretici che possono aggravare l'ipertermia.
Sono utili anticonvulsivi e sedativi,
preferendo le benzodiazepine (BDZ) ai
neurolettici considerato il rischio
di sindrome maligna. Superate le prime
72 ore dall'episodio acuto, qualora
permangano sintomi premonitori degli
effetti neuropsichiatrici subacuti,
può essere indicato favorire la trasmissione
serotoninergica mediante gli inibitori
della ricaptazione di 5HT (SSRI). Gli
effetti subacuti, la cui durata deve
per definizione essere inferiore ad
un mese, sono insonnia, sonnolenza,
anoressia, depressione, ansia ed irritabilità.
Verosimilmente questi disturbi dipendono
dalla diminuzione di TPH e quindi di
5HT e dalla ricaptazione di DA nelle
cellule presinaptiche dove essa agirebbe
come neurotossina. Sulla base dell'evidenza
sperimentale sembrerebbe opportuno utilizzare
gli SSRI per diminuire la ricaptazione
della DA ed evitare nel contempo la
caduta improvvisa della concentrazione
di 5HT nello spazio intersinaptico,
finché non si ripristinino i livelli
normali di TPH. La moderata e temporanea
somministrazione di BDZ trova indicazione
per il trattamento sintomatico della
maggior parte degli altri sintomi che
caratterizzano la tossicità sabacuta.
Non di rado in soggetti con anamnesi
positiva per uso di ecstasy si riscontrano
crisi ricorrenti di panico, "flashback",
turbe della memoria, difficoltà di concentrazione
e di apprendimento, depressione. Attualmente
è possibile formulare ipotesi di trattamento
più che offrire un efficace arsenale
terapeutico ma la fluoxetina somministrata
a dosaggi elevati e per lunghi periodi
si è dimostrata in molti casi capace
di contenere queste manifestazioni neuropsichiatriche
indesiderate. In relazione alla sintomatologia
presentata, molti altri farmaci possono
essere vantaggiosamente impiegati secondo
le loro classiche indicazioni.
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Conclusioni |
Le ricerche intorno alle proprietà farmacotossicologiche
dell'MDMA hanno affinato le conoscenze
intorno a 5-HT, DA, MAO ed alla rispettiva
influenza su umore, ansia, dolore, sonno,
appetito, personalità, apprendimento.
Resta imperativo stabilire se, e in
che modo, questa sostanza sia neurotossica
per l'uomo. Attualmente il concetto
della neurotossicità dell'MDMA e correlati
si fonda su numerose evidenze sperimentali
ottenute sul modello animale, ma è noto
che l'estrapolazione all'uomo di questi
dati è per definizione oggetto di critica.
Nell'animale da esperimento si impiegano
talora dosi più alte rispetto a quelle
assunte dall'uomo, la via di introduzione
spesso è diversa (non orale) e le somministrazioni
vengono ripetute in tempi brevi. Tuttavia
l'uomo è assai più sensibile del ratto
agli psicofarmaci ed il suo sistema
metabolico è di gran lunga meno efficiente,
per cui si può ipotizzare che nel cervello
umano si producano concentrazioni di
principio attivo assai vicine a quelle
neurotossiche per l'animale. In aggiunta
non va trascurato il dato inequivocabile
della maggior suscettibilità agli effetti
neurotossici di MDMA e congeneri del
primate non umano rispetto al ratto.
La dimostrazione che il "pattern"
rigenerativo delle proiezioni serotoninergiche
ascendenti presenta, soprattutto nella
scimmia, profonde alterazioni rispetto
alla norma, avvalora ancora di più gli
attuali timori, tanto più che questi
dati sembrano trovare indiretta conferma
nelle osservazioni effettuate sull'uomo
mediante tecniche di neuroimmagine.
Non si può escludere che solo in alcuni
individui particolarmente vulnerabili
venga superata la soglia di evidenza
clinica del danno neuronale, ma neppure
che nell'uomo la neurotossicità possa
manifestarsi in maniera lenta ed insidiosa.
Esiste poi la possibilità che nel tempo
preparazioni e modalità di assunzione
di queste sostanze subiscano modificazioni
tali da ribaltare completamente l'attuale
opinione intorno alle proprietà tossicomanigene
dell'ecstasy cos" come in un recente
passato è avvenuto per la cocaina.
Fin dal dicembre 1996 l'ONU ha fatto
osservare mediante una nota informativa
che i derivati amfetaminici costituiranno
con ogni probabilità uno dei principali
problemi di droga del prossimo secolo.
La semplicità della loro struttura,
la grande facilità di ottenere i precursori
necessari e l'accessibilità delle informazioni
relative alla fabbricazione sono altrettanti
fattori che certamente non facilitano
le azioni preventive. L'ONU ha proposto
un rafforzamento delle sanzioni previste
per la fabbricazione e il traffico di
queste sostanze ed ha chiesto con forza
ai governi di fare in modo che gli ingredienti
di base siano meno accessibili. Negli
ultimi anni molti governi europei hanno
optato per una politica di "harm
reduction"(riduzione dei rischi)
con lo scopo d'informare e mettere in
opera diversi mezzi per limitare le
conseguenze che possono accompagnare
il consumo di ecstasy in attesa che,
come è auspicabile, siano concordemente
messe a punto misure più efficaci per
contrastare la diffusione di queste
sostanze.

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