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Introduzione
Materiali e Metodi
Risultati
Discussione
Bibliografia

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Introduzione |
Assistiamo
oggi ad una straordinaria diffusione del consumo
di un insieme di sostanze denominate "Nuove
Droghe", non tanto, riteniamo, per sottolinearne
l'età (la sostanza principe - MDMA - fu brevettata
più di 80 anni orsono) ma, soprattutto, per esprimere
le marcate differenze che il fenomeno del loro consumo
presenta rispetto all'uso e all'abuso di eroina.
In merito alle sostanze ed alle modalità di consumo
la letteratura è vasta e disomogenea. Un elenco,
sicuramente non esaustivo (Tab.1) di quelle che
vengono indicate come "Nuove Droghe" ci
deriva per lo più da "letteratura grigia"
(siti Internet e materiale prodotto dai consumatori
o dal privato-sociale) o da ricerche etnografiche
condotte in situazioni sociali e contesti di consumo
[10, 22].
L'ecstasy pare essere la sostanza che più
di altre risponde alla maggior parte dei requisiti
che caratterizzano le "designer drugs"
(droghe di sintesi) di cui è considerata la principale
esponente. Essa ricalca la struttura di sostanze
d'abuso conosciute (amfetamina), è di basso costo,
ha elevata potenza ma azione "blanda",
è facilmente trasportabile e somministrabile, produce
per lo più effetti gradevoli. Il consumo è di tipo
ricreativo e normalmente associato al tempo libero:
la sua cultura, alla nascita, sembra essere strettamente
legata alla scena dei locali notturni [7, 22].
Da qui deriva un'altra peculiarità di questi nuovi
consumi, che muta sostanzialmente l'approccio fino
ad ora utilizzato nel controllo della dipendenza
da sostanze: la poliassunzione, cioè l'utilizzo
contemporaneo di più sostanze, in modo non controllato
e spesso inconsapevole, derivato per lo più dalla
esigenza del consumatore di ricercare effetti differenti
nel corso della stessa serata. Prolungare l'empatia,
ridurre la stanchezza, sopperire al "down"
necessitano di un "mix" di sostanze cui
si accompagna, come aggravante, la frequente inconsapevolezza
su ciò che le pastiglie contengono. L'analisi delle
sostanze indica come spesso quello che viene assunto
come ecstasy possa rivelarsi una miscela di MDMA
e analoghi (MDEA, MDBD, MDE, MDA) ma anche efedrina,
ketamina o addirittura solo caffeina.
La stima della dimensione di questo tipo di consumo
è difficile. Le sostanze assunte godono di un'immagine
molto più benigna delle sostanze tradizionali, per
cui i giovani consumatori non si considerano tossicodipendenti
e, di conseguenza, non accedono ad alcun servizio:
in Italia nel 1997 la proporzione di utenti dei
Ser.T. assuntori di droghe illecite diverse dall'eroina
era assai modesta (10,5%) [17]. Se gli utenti Ser.T.
non costituiscono una buona base per la stima dell'ampiezza
del fenomeno, a ciò bisogna far fronte attraverso
studi di prevalenza disegnati "ad hoc".
Gli studi che mirano a stimare la prevalenza di
consumo, seppur scarsi, cominciano a mostrare un
quadro coerente sia all'estero [4, 16, 28, 6, 1] che in Italia [27]
(tab. 2): le prevalenze sembrano attestarsi intorno
al 5% della popolazione giovanile. Inoltre, sulla
base dei sequestri di sostanze da parte delle forze
di Polizia, aumentati del 400% dal 1993 al 1997
[17], il fenomeno appare in costante aumento.
Le evidenze relative alla prevalenza e ancor più
le stime di tendenza impongono l'urgenza di individuare
gli effetti sulla salute. Sebbene le sostanze in
oggetto siano state per la maggior parte sintetizzate
e utilizzate da vari decenni, solo recentemente
si è tentato di valutarne gli effetti sugli esseri
umani. La scarsità di dati e di studi a disposizione
pone oggi il consumo di ecstasy al centro di controversie
in relazione, in particolare, alla presunta capacità
di produrre effetti neurotossici. In particolare,
sebbene per l'MDMA sia stata chiaramente dimostrata
anche nell'uomo la degenerazione delle proiezioni
assoniche serotoninergiche, la ricerca solo negli
ultimi tempi ne ha dimostrato conseguenze funzionali
[14]. é comunque da segnalare che, giocando la serotonina
un ruolo fondamentale nel controllo dell'umore,
è ipotizzabile che il regolare uso di ecstasy possa
condurre ad anormalità di tipo psichiatrico [14].
Obiettivo di questo lavoro è quello di presentare
i risultati di una rassegna della letteratura sui
danni da MDMA in termini di:
- patologie
associate al consumo;
- stima
della forza dell'associazione;
- riflessioni
sui modelli di studio più adeguati.

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Materiali
e metodi |
E' stata condotta una rassegna bibliografica attraverso
la consultazione della banca dati MEDLINE dal 1966
al febbraio 1999. Sono state utilizzate alcune parole
chiave (Tab.3) per individuare i riferimenti bibliografici
relativi a lavori sulla stima e valutazione dei
danni sulla salute causati da consumo di MDMA. I
risultati dell'analisi hanno individuato un totale
di 25 voci: di queste 20 riguardano "case report",
tre sono studi di tipo analitico condotti con l'obiettivo
di fornire stime del rischio, le rimanenti riguardano
"survey" su dati correnti.

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Risultati |
Relativamente all'individuazione delle patologie
associate al consumo, i dati di letteratura (case
report) evidenziano numerosi eventi sanitari (Tab.4);
tra questi insufficienza cardiaca, insufficienza
epatica, coagulazione intravasale disseminata (CID),
spesso conseguenti a colpo di calore e iponatremia
da diluizione. In alcuni casi, inoltre [18] l'esame
autoptico ha dimostrato un quadro clinico del fegato
molto grave, tanto da far supporre alterazioni non
di tipo acuto ma sviluppatesi nel tempo.
Nella maggior parte dei casi di patologie di tipo acuto vengono
riportati consumi modici: la tossicità non sembra
essere correlata ad una overdose. Le cause principali
di tossicità grave e morte paiono essere le complicanze
cardiache e la CID: tuttavia la maggior parte dei
casi presenta sintomi lievi per lo più caratterizzati
da agitazione, tachicardia e ipertensione.
Per quanto riguarda i casi di epatotossicità, in
tutti sono stati rilevati consumi di MDMA non accompagnati
da una storia di consumo alcolico elevato o utilizzo
di altre sostanze per via endovenosa. Non è comunque
chiaro se questi casi siano dovuti alla stessa MDMA,
ad un suo metabolita o a additivi e/o contaminanti.
I casi di psicosi cronica segnalati depongono, al
momento, per una eventualità conseguente ad un uso
prolungato di MDMA, e talora accompagnato dall'uso
sporadico di altre sostanze; è ipotizzato inoltre
un effetto slatentizzante dell'MDMA in soggetti
predisposti. Non pare però da escludersi la possibilità
che la sostanza possa indurre psicosi croniche "de
novo" attraverso alterazioni delle vie dopaminergiche
e serotoninergiche.
Stime indirette della forza di associazione tra
consumo di MDMA e danni alla salute ci derivano
da due "survey".
Un report dagli Stati Uniti [18] sottolinea un aumento
dei casi di morte come della morbilità da consumo
di "Nuove Droghe". I dati presentati,
derivanti dal Drug Abuse Warning Network (DAWN)
che comprende il numero di morti sostanza-correlate
individuati da un campione di medici e il numero
di episodi sanitari sostanza-correlati anch'essi
raccolti da un campione di Dipartimenti di emergenza,
riportano dal 1991 al 1994 un aumento del 300% dei
casi di morte associati all'utilizzo di metamfetamine
(151 vs 433) cos" come degli episodi clinici
(4900 vs 17400): in quasi tutti i casi di morte
(92%) si rilevano metamfetamine combinate con almeno
un'altra sostanza (alcol, eroina o cocaina).
Un'altra "survey", condotta in 15 ospedali
spagnoli [23] ha valutato, come indice di impatto
sanitario, il numero di urgenze relative al consumo
di nuove droghe attraverso l'analisi delle cartelle
cliniche. Si registrano, in un periodo di sei mesi,
73 interventi direttamente correlati all'uso, a
fronte dei 6.768 registrati in seguito a consumo
di oppioidi. Tra i sintomi e segni relativi ad episodi
direttamente correlati al consumo di "recreational
drugs" si riscontrano, in ordine di frequenza,
alterazioni di tipo psichiatrico, neurologico, cardiovascolare
e respiratorio.
I tre studi di tipo analitico reperiti in letteratura
si propongono di stimare la forza dell'associazione
relativamente ad eventi differenti.
Lo studio di McCann [14] può essere definito come
una sperimentazione naturale. L'arruolamento e l'analisi
(attraverso la Positron Emission Tomography, metodologia
in grado di valutare l'attività dei neuroni direttamente
coinvolti nella trasmissione della serotonina) di
14 ex consumatori di MDMA e di 15 controlli ha permesso
di dimostrare una associazione diretta tra il consumo
di MDMA e un decremento globale dell'attività dei
suddetti neuroni anche a lungo termine.
Altri obiettivi si propone lo studio di coorte condotto
su un campione di 24 soggetti (12 consumatori di
MDMA e 12 controlli) da Curran e collaboratori [5],
e cioè stimare gli effetti acuti e residui dell'MDMA
sulle capacità cognitive e sull'umore. Attraverso
la somministrazione ai partecipanti di una serie
di test in grado di valutare le capacità mnemoniche
e cognitive, l'umore e la sensazione di benessere
fisico e psichico, gli autori concordano nell'associare
l'uso di MDMA con una diminuzione delle funzioni
valutate a 2 e 5 giorni dall'assunzione rispetto
ai controlli. Tuttavia non viene definito se i risultati
ottenuti possano essere associati ad una reale deplezione
serotoninergica più o meno grave piuttosto che ad
una conseguenza psicologica passeggera dell'assunzione.
L'unico studio di tipo caso-controllo reperito [20],
si propone di determinare se esista un'associazione
tra l'utilizzo di MDMA ed un'eccessiva usura dei
denti attraverso la comparazione diretta di due
gruppi di soggetti secondo l'indice di Smith e Knight.
I risultati dello studio evidenziano una maggior
probabilità per i consumatori di ecstasy di presentare
un eccesso di usura dei molari: possibile risultato
della continua contrazione mandibolare (effetto
collaterale più volte riportato dai consumatori)
in ambiente acido (bevande gasate).

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Discussione |
L'analisi critica della letteratura impone una domanda
e cioè se il fenomeno meriti la nostra attenzione.
Il gran numero di consumatori, l'estensione mondiale
del fenomeno e il considerevole numero di anni che
ci separa dall'inizio dell'epidemia di assunzione,
a fronte dei relativamente pochi casi di danno alla
salute riportati, ci farebbero propendere per il
no.
Ci ritroveremmo quindi in linea con il pensiero
di uno dei maggiori sperimentatori e cultori dell'ecstasy,
Nicholas Saunders, che nel libro "E come ecstasy"
afferma, a ragion veduta, visti i dati a disposizione,
che vi sia un rischio di morte 300 volte maggiore
nel concedersi una sana sciata durante il weekend
rispetto al concedersi una pastiglia di ecstasy
[29].
Rispetto a Saunders, tuttavia, siamo chiamati ad
allargare la visione del problema: esiste ormai
un modello biologico che depone a favore di gravi
alterazioni dei recettori neuronali, ci troviamo
di fronte a policonsumi di massa, spesso inconsapevoli,
ed è legittimo e doveroso il dubbio che il fenomeno
sia assolutamente misconosciuto, nuovo e quindi
non rilevato.
L'analisi delle informazioni fino ad ora ottenute
riguardo ai danni alla salute impone riflessioni
riguardo alla criticità dei diversi metodi in grado
di valutarle. I numerosi "case report"
della letteratura, e cioè la descrizione delle patologie
associate al consumo cos" come i dati rilevati
dalle statistiche correnti, fungono da generatori
di ipotesi ma non ci danno sostanziali valutazioni
sul rischio, risentendo di alcuni limiti più volte
descritti.
Le sostanze rilevate sono molteplici e i reperti,
di solito casuali, non forniscono informazioni di
rilievo riguardo ai dosaggi e ad altre variabili
(storia di consumi pregressi, ad esempio) che potrebbero
influire in maniera determinante sul rischio.
Per quanto riguarda le statistiche correnti (cartelle
cliniche e schede di dimissioni ospedaliere, interventi
del 118, schede di mortalità ISTAT, reperti medico-legali,
dati forniti dai Ser.T.) queste risentono di addizionali
problemi rispetto a quelli già rilevati per i "case
report". Non esiste ancora una sensibilità
clinica e diagnostica al problema: molti casi quindi,
probabilmente legati all'assunzione di queste sostanze,
non vengono riconosciuti o segnalati in quanto tali.
Ne è un esempio la "survey" spagnola precedentemente
citata [23]: il dato relativo agli eventi correlati
all'uso di "Nuove Droghe" è estremamente
inferiore rispetto all'atteso. Anche i dati statunitensi
risentono di alcuni limiti: i casi di morte riportati
sono relativi ad aree metropolitane selezionate
e non sono rappresentativi di tutte le morti degli
Stati Uniti; inoltre le procedure utilizzate per
rilevare il consumo di sostanze non sono standardizzate
e possono variare nei diversi servizi alterando
la sensibilità della rilevazione. In tutti i casi,
soprattutto per quanto riguarda i dati di morbosità
variamente reperiti, ci si trova nell'impossibilità
di rilevare le modalità di consumo e le sostanze
che possono aver influito sull'esito finale.
L'impossibilità di condurre studi sperimentali,
per l'illegalità delle sostanze considerate e per
evidenti motivazioni etiche, ci pone davanti al
problema di dover disegnare studi di tipo analitico
in grado di stimare il rischio tenendo conto del
maggior numero possibile di confondenti noti.
Gli studi di coorte, pur rappresentando uno dei
migliori "surrogati" degli studi sperimentali,
risultano di difficile conduzione per le difficoltà
di reclutamento, per le modalità di consumo dei
giovani che potrebbero, anche in tempi brevi, modificare
abitudini o sostanze o dosaggi, per la difficoltà
di controllare i confondenti (uso e abuso di alcol
sono frequenti tra i consumatori) e per il rischio
di elevate perdite al "follow up".
Gli studi reperiti in letteratura [5, 20], per ovviare
ad alcune di queste debolezze, hanno affrontato
gli effetti a breve termine, seppure scarsamente
dirimenti circa i danni alla salute (ad esempio
gli effetti del consumo sull'umore e le capacità
cognitive a 2 e 5 giorni dall'assunzione [5]), presentando
comunque alcuni limiti dovuti alle poliassunzioni
non controllate anche durante il "follow up"
e all'inconsapevolezza del soggetto circa le sostanze
consumate inizialmente.
Le difficoltà incontrate e segnalate durante la
conduzione di questi studi impongono, al momento,
vie alternative che siano in grado di fornirci stime
attendibili almeno per quanto riguarda il rischio
di alcune patologie già più volte segnalate in letteratura.
Tra queste, ad esempio, il rischio di psicosi sotteso
al consumo continuativo.
La prevalenza relativamente alta di giovani consumatori,
accompagnata però dalla supposta rarità dell'evento,
potrebbe far propendere per la conduzione di studi
di tipo caso-controllo. Questi permetterebbero uno
studio allargato delle modalità di consumo dei soggetti
coinvolti, il controllo dei confondenti noti, l'elaborazione
di ipotesi di relazioni causa-effetto più mirate
da approfondire in seguito con ulteriori strumenti.

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