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1. INTRODUZIONE |
Nonostante il suo consumo si sia ridotto negli ultimi
vent'anni, la marijuana è ancora oggi la sostanza
d'abuso più frequentemente consumata negli Stati
Uniti. I consumatori di marijuana costituiscono
una popolazione eterogenea per età, etnia o sesso.
Si stima che circa il 70% degli americani, di età
compresa tra i 27 ed i 32 anni, abbiano consumato
marijuana. Il 2-3% della popolazione ne fa uso quotidianamente.
Il consumo di marijuana tra gli adolescenti costituisce
un grave problema medico e sociale.
Le conseguenze del consumo di marijuana sulla salute
sono ancora poco chiare e non ben caratterizzate.
La ricerca scientifica, in questi ultimi anni, ha
pero compiuto notevoli progressi. L'esistenza di
un sistema "cannabinoidergico" endogeno
è ormai unanimemente accettata: è stato clonato
un recettore, è stato individuato un sistema di
secondi messaggeri ed è stato isolato un probabile
ligando endogeno.

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2. FARMACOLOGIA NELL'UOMO |
2.1. Effetti sulla performance
È noto che la marijuana influenza le funzioni sensoriali,
psicomotorie e cognitive: il fumo di marijuana,
in certi individui, determina una compromissione
dell'abilità con cui determininati compiti, soprattutto
se difficili ed impegnativi, vengono svolti. Ad
esempio, è stata osservata una ridotta capacità
nella guida dell'automobile, che risulta poi essere
all'origine di tanti incidenti stradali. La marijuana
non sembra tuttavia avere alcun effetto sui tempi
di reattività e sulla risposta motoria ad uno stimolo
visivo.
Esistono però dei fattori che complicano l'interpretazione
dei danni indotti dalla marijuana, quali il contemporaneo
abuso di altre sostanze, una certa variabilità tra
individuo ed individuo, lo sviluppo di tolleranza
a certi suoi effetti e le difficoltà nella valutazione
dei dati provenienti da una popolazione così eterogenea.
Non è quindi facile valutare le conseguenze del
fumo di marijuana in milioni di individui in termini
di danno, ridotta produttività e così via. È ormai
chiaro che al trattamento cronico con alte dosi
di D9-tetraidrocannabinolo (D9-THC)
segue lo sviluppo di tolleranza; mentre è meno certo
che questo fenomeno si manifesti dopo assunzione
non continuata di marijuana. L'intossicazione da
cannabis in un consumatore abituale può essere
riconosciuta solo se gli viene richiesto di svolgere
un nuovo e difficile compito motorio. Al contrario,
l'intossicazione viene percepita facilmente da individui
che consumano marijuana abitualmente. Riguardo al
coabuso con altre sostanze, è stato dimostrato che
la riduzione di capacità nella guida dell'automobile,
dovuta all'assunzione di alcol, viene ulteriormente
aggravata dalla marijuana. È superfluo precisare
che la possibilità di stabilire una diretta correlazione
tra la gravità del defic psicomotorio ed i livelli
ematici di cannabinoidi sarebbe di grande aiuto
nel determinare la causa di molti incidenti stradali.
Purtroppo l'ampia variabilità che si osserva nella
sensibilità individuale alla marijuana ed i fattori
sovente confondenti citati poc'anzi rendono improbabile
che la determinazione delle concentrazioni sanguigne
di D9-THC o dei suoi più importanti metaboliti
possano entrare nella pratica comune per la valutazione
dell'intossicazione da marijuana.
2.2. Apprendimento e memoria
Gli studi sugli effetti della marijuana a carico
dei processi di apprendimento e memoria hanno sovente
dato origine a risultati contradditori. Il D9-THC
sembra poter danneggiare soprattutto la memoria
a breve termine; deficit nella memoria a lungo termine
sono però stati rilevati in adolescenti che facevano
uso cronico di marijuana. È stato inoltre dimostrato
il D9-THC altera la percezione del tempo,
determinando una dilatazione del tempo trascorso.
2.3. Disturbi psichiatrici
Il rapporto tra consumo di marijuana e malattie
psichiatriche è stato oggetto di numerosi studi
per via dei frequenti e numerosi casi di soggetti
con disturbi psicologici che sono al tempo stesso
consumatori di sostanze d'abuso. Nonostante sia
stato proposto che la marijuana possa indurre diversi
stati psicopatologici, la cosidetta "psicosi
da cannabis" non è stata ancora ben caratterizzata.
È probabile invece che la marijuana possa amplificare
disordini mentali già esistenti. Nonostante gli
effetti dannosi della marijuana negli schizofrenici
siano ben documentati, una larga parte di questi
individui continuano ad "automedicarsi"
con la marijuana anche dopo aver avuto esperienza
dei suoi effetti negativi. In questi pazienti, la
terapia diventa più difficile e la sintomatologia
peggiora anche in presenza di un appropriato trattamento
con neurolettici. È stato proposto che l'abuso di
marijuana in individui con problemi psichiatrici
possa portare alla comparsa di schizofrenia ad esordio
precoce.
2.4. Fisiologia del sistema nervoso centrale
Una delle piuù importanti scoperte degli ultimi
anni è stata la determinazione degli effetti dei
cannabinoidi sul flusso cerebrale sanguigno e sui
parametri elettroencefalografici. È stato infatti
osservato che la marijuana aumenta il flusso cerebrale
sanguigno, soprattutto nella regione frontale e
nell'emisfero destro. La marijuana induce inoltre
un aumento della velocità cerebrale arteriosa, ritenuta
essere la conseguenza dell'aumentata perfusione
capillare. Riguardo ai parametri elettroencefalografici,
è stato descritto come il D9-THC produca
un aumento dell'intensità di tutte le frequenze
in tutte le strutture corticali.
2.5. Riproduzione
Anche gli studi sinora condotti sugli effetti della
marijuana e dei cannabinoidi a carico sistema riproduttivo,
sia nell'animale di laboratorio che nell'uomo, hanno
dato risultati contrastanti. È stato comunque riportato
che il D9-THC produce effetti negativi
sulla gametogenesi, sull'embriogenesi e lo sviluppo
post-natale. È stato inoltre descritto che la marijuana
provochi una riduzione della concentrazione spermatica
ed oligospermia con disfunzione delle cellule di
Leydig e Sertoli, conducendo alla conclusione che
la marijuana possa essere associata ad infertilità.
Solide evidenze sperimentali mostrano inoltre come
la marijuana sia in grado di ridurre i livelli di
ormone luteinizzante sia nella femmina che nel maschio.
Non è invece stato chiarito se la marijuana eserciti
alcun effetto sull'embrione e sul feto.

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3. CHIMICA |
Alcuni ricercatori hanno sintetizzato degli analoghi
del D9-THC, che risultano essere centinaia
di volte più potenti dello stesso D9-THC
in diversi test comportamentali. Sono stati sintetizzati
anche enantiomeri diversi: la scoperta dell'alta
potenza e dell'enantioselettivita di alcune molecole
ha confermato l'ipotesi secondo cui i cannabinoidi
interagiscano con una specifico recettore. Ciò dovrebbe
condurre, prima o poi, alla sintesi di specifici
antagonisti. Tali molecole sarebbero di estremo
aiuto nello studio dei processi biochimici che mediano
gli effetti farmacologici dei cannabinoidi e nello
sviluppo di cannabinoidi utili in terapia e privi
di effetti collaterali.

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4. RECETTORI AI CANNABINOIDI |
L'uso di cannabinoidi marcati ha consentito di scoprire
l'esistenza di siti di legame ai cannabinoidi. È
stata dimostrata una eccellente correlazione tra
la potenza farmacologica di diversi cannabinoidi
in differenti modelli sperimentali e la loro affinita
per il sito di legame, dimostrando che questo recettore
media tutti gli effetti farmacologici e comportamentali
dei cannabinoidi. È stato anche dimostrato come
questo sito di legame sia selettivo per i cannabinoidi.
Riguardo alla distribuzione anatomica dei recettori
ai cannabinoidi, la massima densità è stata descritta
nei gangli della base e nel cervelletto. Livelli
di minore densità sono stati rilevati nel tronco
encefalico, nei nuclei talamici, nell'ipotalamo
e nel corpo calloso. Esistono però recettori anche
in altre strutture cerebrali quali gli strati 1
e 6 della corteccia, il giro dentato ed alcune regioni
dell'ippocampo.
La distribuzione dei recettori ai cannabinoidi nel
cervello può fornire alcune informazioni sul significato
funzionale di questi recettori. L'elevata densità
nel sistema motorio extrapiramidale e nel cervelletto
spiegerebbe gli effetti dei cannabinoidi sulle funzioni
motorie. Gli effetti sui processi cognitivi e mnemonici
potrebbero essere dovuti alla presenza di recettori
nell'ippocampo e nella corteccia. La scoperta di
recettori nello striato ventromediale e nel nucleo
accumbens suggerisce invece l'esistenza di una relazione
con i neuroni dopaminergici, e quindi con i processi
di gratificazione cerebrale.
Recentemente è stato clonato il recettore umano
ai cannabinoidi. La sua struttura dimostra l'appartenenza
ad una famiglia di recettori, associati alle proteine
G, a cui appartengono anche i recettori all'adrenocorticotropina
ed alla melanotropina.

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5. PRESUNTI LIGANDI ENDOGENI |
Devane e collaboratori hanno postulato che un ligando
endogeno per i recettori ai cannabinoidi sia una
sostanza altamente lipofila: per questo motivo hanno
isolato le sostanze D9-THC-simili presenti
nell'estratto lipidico del cervello di maiale. È
stato scoperto che un derivato dell'acido arachidonico
si lega al recettore ai cannabinoidi ed inibisce
la contrazione del muscolo liscio in modo simile
al D9-THC. Questo composto è stato chiamato
anandamide. Studi successivi hanno dimostrato che
l'anandamide possiede proprietà farmacologiche simili
a quelle del D9-THC e, come il D9-THC,
inibisce l'adenilil ciclasi ed i canali al calcio
di tipo N. Considerata la larghissima diffusione
degli acidi grassi, non è improbabile che possa
esistere un'intera famiglia di composti amandamide-simili.
Recentemente, Hanus e collaboratori hanno identificato
altre due sostanze, presenti normalmente nel cervello
del maiale, che si legano al recettore dei cannabinoidi.
Studi futuri dovranno stabilire il ruolo fisiologico
dei cannabinoidi endogeni e comprendere se l'anandamide
sia un neurotrasmettitore o un modulatore. Ed inoltre,
i diversi derivati amidi degli acidi grassi possiedono
ruoli neurochimici distinti? Qual è la funzione
del sistema cannabinoidergico?

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6. INTERAZIONI NEUROCHIMICHE |
I cannabinoidi interagiscono con diversi sistemi
neurotrasmettitoriali. Quello colinergico, ad esempio,
sembra mediare gli effetti catalettici dei cannabinoidi,
dato che vengono potenziati dagli agonisti colinergici
ed è bloccato dagli antagonisti. Il sistema colinergico
non media però altri effetti, come quelli discriminabili
e quelli antinocicettivi. Anche il sistema dopaminergico
sembra partecipare alla mediazione degli effetti
catalettici dei cannabinoidi. Numerosi gruppi di
ricerca hanno infatti dimostrato che la stimolazione
del sistema dopaminergico attenua la catalessia
indotta da cannabinoidi, mentre gli antagonisti
la aumentano. Inoltre, il D9-THC stimola
il rilascio di dopamina nelle aree della gratificazione
cerebrale. Il sistema adrenergico sembra invece
essere il substrato neuronale degli effetti antinocicettivi
dei cannabinoidi: la yohimbina, antagonista dei
recettori di tipo alfa2, blocca infatti tali effetti.
Anche la somministrazione di agonisti serotoninergici
esacerba la catalessia indotta da cannabinoidi,
mentre gli antagonisti ne provocano un'attenuazione.
Questi risultati dimostrano che anche il sistema
serotoninergico partecipa alla mediazione di questo
effetto. Un gran numero di evidenze sperimentali
indicano con chiarezza l'esistenza di un'interazione
tra cannabinoidi e sistema GABAergico. In primo
luogo, il D9-THC agisce sinergicamente
con agonisti GABAA (quali, ad esempio,
il muscimolo) e GABAB (come il baclofen),
e con le benzodiazepine nell'indurre catalessia.
Inoltre, gli effetti ansiogenici dei cannabinoidi
possono essere bloccati sia da agonisti che da antagonisti
del recettore alle benzodiazepine. Il D9-THC
e il diazepam posseggono effetti discriminabili
simili negli animali di laboratorio.
L'osservazione che i cannabinoidi e gli oppiacei
hanno molte proprietà farmacologiche simili indusse
molti ricercatori ad ipotizzare un comune meccanismo
d'azione. Esiste infatti tolleranza crociata tra
cannabinoidi ed oppiacei; inoltre i cannabinoidi,
come gli oppiacei, producono analgesia e blocco
della nocicezione. Tuttavia, sono pochi gli studi
che hanno mostrato l'efficacia del naloxone, un
antagonista del recettore oppioide, nell'inibire
il blocco della nocicezione indotto dai cannabinoidi.
Recentemente, e stato pero dimostrato che gli effetti
antinocicettivi dei cannabinoidi possono essere
bloccati da antagonisti al recettore oppioide di
tipo K e non di tipo delta.
È stato inoltre proposto che i cannabinoidi possano
influenzare la sintesi delle prostaglandine. Farmaci
bloccanti la formazione di prostaglandine, quali
ad esempio l'aspirina e l'indometacina, attenuano
infatti gli effetti antinocicettivi, catalettici
ed ipotensivi del D9-THC.
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7.
POTENZIALI USI TERAPEUTICI |
Nessuno degli analoghi sopracitati è risultato essere
utile, almeno finora, in clinica. L'ostacolo maggiore all'uso
terapeutico dei cannabinoidi sembra essere la mancanza
di specificità farmacologica. Comunque, lo stesso
D9-THC è stato sperimentato in clinica,
con il nome di dronabidol.
L'interesse per l'utilizzo terapeutico dei cannabinoidi
nasce da un gran numero di resoconti, sovente soltanto
aneddotici, sulla loro efficacia nel trattamento
di: dolore, convulsioni, glaucoma, spasticita muscolare,
asma bronchiale, inappetenza, nausea e vomito. Tali
risultati hanno scatenato un acceso dibattito tra
coloro che sostengono l'efficacia terapeutica della
marijuana e la sua mancanza di effetti collaterali
e coloro che invece ritengono che la marijuana e
il D9-THC siano non solo privi di efficacia
ma altamente pericolosi. A nostro avviso, c'è un
po' di verità in entrambe le tesi. Passiamo ora
in rassegna alcune evidenze cliniche.
7.1. Nausea e vomito
L'indicazione terapeutica per la quale il D9-THC
e stato più studiato è certamente la nausea ed il
vomito. È stato infatti proposto che la marijuana,
il D9-THC ed alcuni analoghi quali il
nabilone e il levonantradolo siano efficaci farmaci
contro il vomito indotto dai chemioterapici. Ed
è con questa indicazione che, nel 1987, il D9-THC
e stato introdotto nella pratica clinica negli Stati
Uniti. La sua efficacia è stata ben dimostrata.
Recentemente, la marijuana è stata utilizzata per
bloccare la nausea stimolata dai chemioterapici
e stimolare l'appetito nei malati di AIDS. Non va
però scordato che i cannabinoidi alterano il sistema
immunitario nell'animale di laboratorio. Il loro
uso nei malati di AIDS risulta pertanto particolarmente
inadatto.
7.2. Analgesia
Riguardo all'effetto analgesico dei cannabinoidi,
esso viene ottenuto a dosi che producono effetti
collaterali e che la loro efficacia analgesica non
è superiore a quella degli analgesici oppiacei comunemente
usati. Alcuni gruppi di ricerca stanno però dedicando
molte risorse all'identificazione di cannabinoidi
utilizzabili in clinica e privi di effetti collaterali.
La scoperta, ricordata prima, che l'effetto antinocicettivo,
e non altri effetti, è bloccato dagli antagonisti
al recettore oppioide di tipo K costituisce una
formidabile indicazione sul meccanismo di tale effetto.

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Per gentile concessione dell'autore
e dell'editore.
Traduzione a cura del comitato editoriale.
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