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Marijuana, andata e ritorno
La lunga (retro) marcia di un proibizionista pentito



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Lester Grinspoon, Dottore in Medicina

Dipartimento di Psichiatria, Scuola di Medicina di Harvard e
Centro del Massachussetts per la Salute Mentale
74 Fenwood Road, Boston, MA 02115


 
  La prima volta che mi interessai alla marijuana fu quando il suo uso aumentò in modo esplosivo negli anni 60. In quel periodo non avevo dubbi che fosse una droga estremamente dannosa, disgraziatamente assunta da un numero crescente di giovani stolti che non volevano ascoltare, o non volevano credere o capire gli avvisi circa la sua pericolosità. Quando cominciai a studiare la marijuana nel 1967, il mio scopo era di definire scientificamente la natura e il grado di tali pericoli. Ma esaminando la letteratura scientifica, medica e comune, la mia prospettiva cominciò a cambiare. Giunsi a comprendere che, come tante altre persone di questo paese, ero stato mal informato e indotto in errore. Vi erano ben poche prove empiriche in sostegno di ciò che credevo circa i pericoli della marijuana. Allorché giunsi al completamento della mia ricerca, che fornì le basi per un libro, pubblicato per la prima volta nel 1971 dalla Harvard University Press, ero ormai convinto che la canapa indiana fosse molto meno dannosa di quanto avessi creduto. Il titolo del libro, "Marihuana Reconsidered" (la marijuana riesaminata), rifletteva questo mio mutamento di prospettiva.

    Dopo tre anni di ricerca sulla canapa indiana, ero giunto infatti alla conclusione che non solo era molto meno dannosa dell'alcool e del tabacco, ma anche che nessun danno che essa fosse in grado di provocare poteva essere lontanamente simile al danno attribuibile all'arresto ogni anno di 400.000 persone, per lo più giovani, per reati legati alla marijuana. Credevo ingenuamente che una volta che le persone avessero compreso che la marijuana era molto meno pericolosa di droghe che sono già legali, le leggi contro di essa sarebbero state abrogate. Predissi con fiducia che l'uso della canapa indiana da parte di adulti sarebbe stato legalizzato entro il decennio. Non avevo ancora imparato che c'é qualcosa di particolare nelle droghe illecite: se è vero che non sempre spingono l'utilizzatore ad un comportamento irrazionale, certamente portano molti che non le usano a comportarsi in tale modo.VIETATO.jpg (20117 byte) Invece di rendere la marijuana legalmente disponibile agli adulti, abbiamo continuato a criminalizzare molti milioni di americani. Ogni anno centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, vengono arrestate con accuse connesse alla marijuana, e il clima politico si è ora deteriorato così gravemente che è divenuto difficile parlare apertamente e liberamente della marijuana. Si può quasi dire che ci troviamo in un'atmosfera di maccartismo psicofarmacologico.

    Negli anni che seguirono alla pubblicazione di "Marihuana Revisited", divenne sempre più evidente che non vi erano validi motivi scientifici per la messa al bando della marijuana. Le nozioni dell'era Aslinger, sulle quali era basato l'Atto di tassazione della marijuana del 1937, e cioè che tale sostanza provocava crimini violenti, "eccessi sessuali" (checché si intenda per essi), e dipendenza, e che costituiva il primo passo verso l'uso di droghe più pesanti, sono state del tutto screditate. Poiché questi argomenti non erano più plausibili, i gruppi che si opponevano alla liberalizzazione delle leggi sulla marijuana cominciarono allora a parlare di "nuove ricerche" che avrebbero dovuto provare come la marijuana provochi altri tipi di danni. In questo tipo di atmosfera, il governo federale ampliò notevolmente il suo sostegno, soprattutto attraverso l'Istituto Nazionale sull'Abuso di Droghe, a studi progettati per scoprire nuovi rischi per la salute. Così, nei primi anni '70 fummo informati che la marijuana distruggeva le cellule cerebrali, causava psicosi, abbassava il livello di testosterone e il conto spermatico, portava allo sviluppo delle mammelle nei maschi adolescenti, danneggiava la memoria e le funzioni intellettive, comprometteva il sistema immunitario, e causava rottura cromosomica, danni genetici, e difetti fetali. La pubblicazione di questi risultati seguiva una procedura tipica. Ognuno di essi veniva presentato in articoli di prima pagina con commenti allarmistici. In seguito, dopo qualche mese o anno, i ricercatori riferivano che i risultati del primo studio non potevano essere riprodotti. Se e quando queste prove contraddittorie venivano pubblicate, era di solito in un breve trafiletto nelle pagine interne. Il pubblico rimaneva spesso con l'impressione che le più recenti scoperte di pericoli per la salute fossero state dimostrate scientificamente.

    Nel 1977 si era aggiunta una quantità di nuove conoscenze tale da giustificare una seconda edizione di "Marihuana Revisited", con un nuovo capitolo in cui James B. Bakalar e io analizzavamo le ricerche e gli sviluppi sociali nel corso dei sei anni trascorsi dalla prima edizione. Per nulla scoraggiati dal fallimento della mia predizione del 1971 che la marijuana sarebbe stata legalizzata entro quel decennio, concludemmo la seconda edizione con queste parole: "Qualsiasi siano le condizioni culturali che lo hanno permesso, non vi è dubbio che la discussione sulla marijuana è diventata più ragionevole. Stiamo diventando gradualmente consapevoli dell'irrazionalità di classificare questa droga come avente un alto potenziale di abuso e nessun valore medico. Se la tendenza attuale continuerà, è probabile che entro un decennio la marijuana verrà venduta negli Stati Uniti come intossicante legale".

    In quel periodo , tre anni prima dell'elezione di Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, avevamo buoni motivi per essere ottimisti. Nel 1971 la Commissione Nazionale sull'abuso della marijuana e delle droghe, incaricata dal presidente Nixon, aveva raccomandato l'abrogazione delle pene per il possesso di marijuana ad uso personale e per gli scambi casuali di piccole quantità.

Marijuana negli USA:
quando i pregiudizi condizionano la ricerca

di Stefano Canali
Centro per la diffusione della cultura scientifica, Università di Cassino

La prima conferenza nazionale statunitense sulla marijuana (National Conference on Marijuana Use Prevention, Treatment, and Research), organizzata dal National Institute on Drug Abuse e National Institutes of Health, si è svolta lo scorso 19 e 20 luglio 1995 a Crystal City, Arlington, Virginia, in due giorni di lavoro intensi, in cui gli organizzatori avevano condensato - tra sessioni plenarie e workshop - gli interventi di 62 relatori. L'elevato numero di relazioni, tuttavia, non ha affatto significato quella pluralità di approcci e posizioni che dovrebbe essere propria di ogni conferenza scientifica, soprattutto se affronta l'esame di una materia così controversa, dibattuta e oscura in molti lati, come quella legata alla marijuana.
Fedele alla dura filosofia proibizionistica adottata dall'Amministrazione statunitense da cui dipende, il NIDA ha invitato soltanto esperti che condividono senza riserve tale approccio e modellano su di esso, in materia spesso forzata, non solo le strategie politiche di controllo e prevenzione dell'abuso, ma anche la ricerca sperimentale e le interpretazioni dei dati ottenuti in laboratorio.
La sessione plenaria che riguardava la neurobiologia della marijuana si risolveva così in una lunga serie di interventi in cui venivano sciorinati, con sconcertante sicurezza, dati sui danni e sui pericoli dell'uso della marijuana estrapolati da ricerche su modelli animali, con evidenze parziali, non verificate in altri laboratori ed in aperto contrasto con altri risultati.
Ignorando ogni riserva critica, la gran parte dei relatori dava esclusivo rilievo alle dimostrazioni delle proprietà immunodepressive, dipententigene e cancerogene della cannabis, delle alterazioni che essa produce sulla fisiologia del sistema endocrino, in special modo sui meccanismi ormonali degli organi sessuali, sulle funzioni emotive e motivazionali, su quelle cognitive. Dimostrazioni a volte datate, molto spesso acquisite somministrando per lunghi periodi dosi giornaliere eccezionalmente alte di THC e per cui esistono almeno altrettante evidenze contrastanti. Molto poche, inoltre, sono state le cautele rispetto alla possibilità di generalizzazioni dalle situazioni sperimentali, dai modelli animali e dagli studi in vitro alla realtà clinica del consumatore, alla sua dimensione psicosociale e al valore culturale della marijuana in un dato ambiente sociale: variabili determinanti nella modulazione degli effetti e dell'instaurarsi delle complicazioni mediche, come hanno dimostrato i tre più noti studi sul campo condotti in larga scala negli anni '70 in Giamaica, Costa Rica e Grecia.
Nel suo intervento introduttivo, Alan Leshner, direttore del NIDA, aveva affermato che la prima conferenza nazionale sulla marijuana era finalizzata alla diffusione di informazione scientifica sulla marijuana, sui suoi effetti e sul suo uso. L'osservatorio epidemiologico del National Institute of Health e del NIDA ha registrato negli ultimi anni un aumento del consumo di marijuana e un preoccupante mutamento nella percezione del valore dell'uso della cannabis tra la popolazione giovanile. Esisterebbero quindi le ragioni per un rilancio di vasti progetti di prevenzione, nonostante i dati indicati da Leshner sono tali da non destare preoccupazioni di imminente diffusione epidemica.
Leshner, tuttavia, non evidenziava il fatto che la popolazione giovanile nella quale si stanno registrando tali fenomeni è proprio quella esposta alle campagne di prevenzione promosse e realizzate a partire dalla metà degli anni '80 dall'Amministrazione statunitense e dalle organizzazioni americane impegnate nella lotta alla droga. Progetti di prevenzione condotti con toni allarmistici e caratterizzati da un forte accento moralizzatore, ma soprattutto basati su un'informazione quantomeno parziale, se non distorta, sugli effetti, sui pericoli e sui danni del fumo di marijuana. Il fallimento di queste imprese, allora, dovrebbe forse far riflettere i governi e gli enti impegnati nel contenimento del consumo di sostanze d'abuso sulle strategie della prevenzione. E dimostra che l'informazione corretta ed obiettiva costituisce l'arma più efficace per la prevenzione e rappresenta allo stesso tempo il miglior modo per garantire ai cittadini scelte personali più responsabili e più coscienti giudizi sulla politica dei governi nei confronti del problema delle droghe.

Nel 1973 l'Oregon era diventato il primo stato a depenalizzare la marijuana, rendendo il possesso di quantità inferiori ad un'oncia ( 1 oncia = 28,35 gr) un reato civile punibile con una piccola ammenda. Nel 1975 l'Alaska aveva eliminato ogni pena per il possesso personale e la coltivazione di quantità inferiori a quattro once. Il presidente Carter aveva approvato la depenalizzazione, così come l'Associazione Medica Americana, la Società Psichiatrica Americana, l'Associazione Americana degli Ordini Forensi, e il Consiglio Nazionale delle Chiese. Entro il 1977 la maggior parte degli stati avevano ridotto il semplice possesso al rango di infrazione, e nel 1980 undici stati avevano effettivamente depenalizzato il possesso di marijuana.  Sfortunatamente, questa tendenza non continuò. Il movimento per la riforma delle leggi sulla marijuana raggiunse il suo apice alla fine degli anni '70. Nel 1978 il Dott. Peter Bourne, il consulente della Casa Bianca per i farmaci e le droghe, che aveva aiutato il presidente Carter a muovere verso una riforma, rassegnò le proprie dimissioni e fu sostituito da Lee Dogoloff, un sostenitore della linea dura. Nello stesso anno, la percentuale della popolazione in favore della legalizzazione della marijuana cominciò a diminuire rispetto al picco di 28% raggiunto nel 1978; oggi è scesa al 15%. Sotto la presidenza Reagan il governo istituì un programma di "tolleranza zero". Nel 1983 il pericoloso insetticida Paraquat veniva spruzzato sulle piantagioni domestiche di marijuana, e metodi militari erano utilizzati per sradicare piante di canapa indiana e arrestare coloro che le coltivavano nella California settentrionale. Nel 1987 un membro della Corte dovette ritirarsi in seguito a pressioni in quanto aveva fumato marijuana quando era un professore di legge. Nel 1989, sotto il presidente Bush, il governo federale cominciò l'operazione "Mercante Verde", confiscando liste di persone che avevano ordinato materiali ed attrezzi per la coltivazione casalinga e perquisendo le loro case. L'amministrazione Bush si impegnò inoltre a persuadere lo stato dell'Alaska a rendere il possesso di marijuana nuovamente un reato penale, riuscendovi nel 1990. Quello stesso anno, il Congresso approvò un disegno di legge che prevedeva la sospensione dei fondi federali per il trasporto a quegli stati che rifiutassero di comminare la sospensione della patente di guida per 6 mesi a chi fosse stato arrestato per possesso di marijuana.
E' importante ricordare che tali provvedimenti sempre più duri (e la crescente isteria dei comitati di cittadini contro la marijuana) non riflettevano alcuna nuova conoscenza circa la pericolosità di questa droga. Durante il quarto di secolo trascorso da quando iniziai a studiare la marijuana, i dati di laboratorio, sociologici o epidemiologici indicativi di seri problemi medici o sociali derivanti dall'uso di questa sostanza sono stati notevolmente esigui. L'attuale atteggiamento del governo e delle crociate anti-marijuana ha lo stesso rapporto con la realtà di quelle che il film "Refeer madness" (La follia dello spinello) aveva nel 1936.

Ma la dissonanza è ancora più notevole ora, poiché sappiamo tante cose in più. Dal 1971 sono stati spesi milioni di dollari per studiare i pericoli della canapa indiana, ma questa vasta opera di ricerca ha fallito completamente nello scopo di fornire una base scientifica per la proibizione. Sebbene continuino ad accumularsi prove contro la sua tossicità, il governo persiste nel condurre una azione repressiva sempre più intensa verso i consumatori di canapa indiana. Per giustificare la sua politica, (di solito usando come proprio portavoce la DEA, l'Amministrazione per il Controllo dei Farmaci e delle Droghe), esso distorce, allunga e tronca i risultati delle ricerche in un modo degno di Procuste. 

L'impegno del governo a sostenere grossolane esagerazioni sulla dannosità della canapa indiana ha reso necessario che si negasse l'utilità medica di questa sostanza pur di fronte a schiaccianti dati contrari. Nel 1991 la DEA fu inondata di richieste per l'uso della marijuana da persone affette da AIDS. In tutta risposta, James O. Mason, direttore del Servizio Sanitario Pubblico, annunciò che un programma IND (Investigational New Drug Application = Applicazione sperimentale di una medicina di nuova introduzione, ndt) compassionevole, che aveva consentito a un piccolo gruppo di pazienti di usare la marijuana legalmente come una medicina, sarebbe stato sospeso. Egli spiegò al proposito che questo programma intaccava l'opposizione dell'amministrazione all'uso di droghe illegali: "Se si avesse l'impressione che il Servizio Sanitario Pubblico va in giro a distribuire marijuana alla gente, si penserebbe che questa sostanza non dev'essere poi del tutto malvagia", disse Mason. "Ciò darebbe un segnale negativo. Non ho nulla contro il permesso di somministrazione se non vi è altro modo di aiutare queste persone... Ma non abbiamo uno straccio di prova che fumare marijuana giovi a un malato di AIDS".Nel 1971 osservai che poiché la marijuana era stata usata da tantissime persone in tutto il mondo, per migliaia di anni e con pochissime prove di effetti tossici significativi, la scoperta di un qualsivoglia serio rischio per la salute non individuato in precedenza era alquanto poco probabile. Proposi che le ricerche sulla canapa si orientassero piuttosto verso le sue applicazioni in campo medico e il suo potenziale come strumento per aumentare la nostra comprensione delle funzioni cerebrali. Sebbene i fondi stanziati in questi campi siano stati notevolmente scarsi, in entrambi si sono registrati interessanti sviluppi. 

   Nel 1990 i ricercatori hanno scoperto ricettori cerebrali stimolati dal THC (tetraidrocannabinolo). Questa emozionante scoperta implica che il corpo produce la propria versione di sostanze cannabinoidi per uno o più scopi utili. Il primo neurotrasmettitore del tipo cannabinoide fu identificato nel 1992 e venne chiamato anandamida (ananda è un termine sanscrito che significa estasi). Punti di ricezione delle sostanze cannabinoidi si trovano non solo nel cervello inferiore ma anche nella corteccia cerebrale, che regola il pensiero superiore, e nell'ippocampo, che è un locus della memoria. Queste scoperte portano a formulare alcune ipotesi interessanti. La distribuzione di recettori dell'anandamida nel cervello superiore potrebbe spiegare perché così tanti consumatori di marijuana sostengano che questa droga stimoli alcune attività mentali, incluse la creatività e la fluidità di associazione? Questi recettori giocano forse un ruolo nella capacità della marijuana di alterare l'esperienza soggettiva del tempo? E cosa concludere a proposto della sottile intensificazione della percezione e della capacità di sperimentare il mondo fisico con in parte quella sensazione di scoperta e di emozione che si prova nell'infanzia? Forse ulteriori ricerche su questi recettori, che potrebbero non essere limitate al solo cervello, promuoveranno nel contempo una migliore comprensione della notevole versatilità della canapa indiana come medicinale.

    Nonostante condizioni che scoraggiano i ricercatori, le applicazioni mediche della marijuana hanno registrato notevoli progressi dal 1971, in circostanze particolarmente insolite e difficili. Di norma, le nuove medicine sono accompagnate lungo il complicato percorso ad ostacoli per l'approvazione federale dalle compagnie farmaceutiche, che dedicano ampie risorse al compito di prendere una sostanza chimica con potenziale terapeutico e trasformarla in una proprietà da immettere sul mercato. Per molte ragioni, tra cui il fatto che è impossibile ottenere per essa il diritto di esclusiva, è altamente improbabile che alcuna compagnia farmaceutica si imbarchi in questo processo in favore della canapa indiana. Inoltre, il governo degli Stati Uniti è stato ed è adamantino nella sua opposizione al riconoscimento dell'utilità della marijuana in campo medico. Nonostante ciò, un numero sempre più elevato di persone sta usando la marijuana come medicinale.

    Una serie di sviluppi ha aumentato notevolmente l'interesse verso le applicazioni mediche della canapa indiana. Nei primi anni '70, molti si accorsero che la canapa indiana poteva dar sollievo all'intensa nausea e ai vomiti provocati dalla cura chemioterapica del cancro, che era allora una forma di terapia nuova. La marijuana si dimostrò spesso più efficace rispetto agli anti-emetici legali. Più o meno nello stesso periodo fu scoperto che la marijuana abbassava in modo efficace la pressione sul nervo ottico in pazienti affetti da glaucoma ad angolo aperto; molti pazienti scoprirono, per lo più parlandone tra di loro, che la canapa indiana era più efficace delle medicine convenzionali nel ritardare la progressiva perdita della visione causata da questa patologia. Verso la metà degli anni '80, alcuni malati di AIDS si accorsero che la canapa indiana portava sollievo alla nausea causata dalla loro malattia o dalle medicine che assumevano per combatterla. Inoltre, la canapa indiana migliorava il loro appetito, e consentiva loro di bloccare, o addirittura invertire, la tendenza a perdere peso. Come la maggior parte dei consumatori di canapa indiana per le sue virtù terapeutiche, la persone affette da AIDS hanno scoperto che la marijuana fumata è più efficace del THC sintetico (Marinol) che venne legalmente introdotto come farmaco prescrivibile nel 1985.

    Lo sforzo per rendere la canapa indiana stessa disponibile come farmaco soggetto a prescrizione fu iniziato nel 1972 dall'Organizzazione Nazionale per la Riforma delle leggi sulla Marijuana (National Organization for the Reform of Marijuana Laws), e proseguì con lentezza esasperante attraverso il sistema legale.

Finalmente, nel 1986 l'amministratore della DEA annunciò che avrebbe indetto le udienze pubbliche ordinate dalle corti legali sette anni prima. Queste udienze, che cominciarono nel 1986 e durarono due anni, videro l'intervento di numerosi testimoni, tra i quali sia medici che pazienti, e migliaia di pagine di documentazione. Il giudice legale della DEA, Francis J. Young, esaminò tutti i dati raccolti e comunicò le sue conclusioni nel 1988. Young disse che l'approvazione da parte di una minoranza significativa di medici era sufficiente per il raggiungimento degli standard stabiliti dalla Legge per le Sostanze Controllate (Controlled Substances Act) perché la marijuana fosse annoverata tra le medicine del gruppo II, cioè quelle sottoposte a prescrizione medica. Egli aggiunse inoltre che "la marijuana, nella sua forma naturale, è una delle più sicure tra le sostanze terapeuticamente attive conosciute... Si deve ragionevolmente concludere che vi è un'accettabile sicurezza per l'uso della marijuana sotto controllo medico. Una conclusione diversa, basata sui dati in nostro possesso, costituirebbe un'atto irragionevole, arbitrario e frutto di un capriccio". Young continuò raccomandando "che l'Amministratore (della DEA) concluda che la pianta della marijuana presa nel suo intero ha un uso medico a fini terapeutici attualmente accettato negli Stati Uniti, che non vi è alcuna carenza di sicurezza accettabile per il suo uso sotto controllo medico, e che può essere trasferita legalmente dalla Classe I alla Classe II".

La DEA non prese in considerazione l'opinione del suo giudice legale amministrativo e rifiutò di riclassificare la marijuana. Come commentò l'avvocato dell'ente, "Il giudice sembra appigliarsi a quella che lui definisce una "minoranza rispettabile di medici". Di che percentuale stiamo parlando? La metà dell'uno per cento? Un quarto dell'uno per cento?" L'amministratore della DEA, John Lang andò oltre, definendo le asserzioni sull'utilità della marijuana una pericolosa e crudele mistificazione".Nel corso degli ultimi vent'anni, mentre le potenzialità di applicazione terapeutica della canapa indiana divenivano sempre più evidenti, ho avuto modo di osservare la crescente frustrazione dei pazienti che non riescono ad ottenerla per vie legali. Il governo degli Stati Uniti deve assumersi la responsabilità delle sofferenze inutili causate da una politica che può solo essere definita ignorante e crudele, e perché spinge i suoi cittadini a compiere atti penalmente perseguibili. Nonostante l'ostruzionismo del governo, molti pazienti hanno imparato ad utilizzare la marijuana a scopo terapeutico, e molti altri ne stanno scoprendo i benefici. Sfortunatamente, devono sopportare l'ansietà imposta dal rischio di arresto e i loro sensi di colpa per il fatto di infrangere la legge, e sono costretti a pagare prezzi esorbitanti sulla strada per una medicina che dovrebbe essere assai poco costosa.Rileggendo ora la seconda edizione di "Marihuana Reconsidered" ho trovato alcuni capitoli, come quelli sulla chimica, farmacologia e le applicazioni mediche della marijuana, datati. Alcune delle idee espresse in quel libro ora sembrano leggermente bizzarre anche a me. Il tono è più cauto di quanto sarebbe se mi accingessi a scriverlo oggi. Infatti, sebbene sia ancora convinto che la marijuana non sia innocua, sono altrettanto sicuro che sia una delle meno pericolose, se non la meno pericolosa, di tutte le sostanze psicoattive, legali o legali, medicinali o ricreative.Un'altra impressione che ho avuto rileggendo il libro è di aver prestato poca attenzione agli usi della marijuana che non sono propriamente né medici né ricreativi. Nel 1971 avevo scritto che "La mia intenzione è di fornire una descrizione accurata di questa droga e delle sue proprietà, e di metterne in prospettiva i pericoli e le applicazioni utili".

Prima negli stati uniti...

Testimonianze dal libro Marijuana, the forbidden Medicine

"Non amo infrangere la legge. Non mi piace pagare un prezzo esorbitante a degli spacciatori per un prodotto non regolato e non contollato. Ma mi piace davvero camminare, parlare, leggere, scrivere e vedere"
Greg Paufler che usa la marijuana per alleviare i sintomi della sclerosi multipla.


"Avevo sentito che la marihuana funziona contro la nausea. Ero titubante se usarla o no, perché non avevo mai fumato niente in vita mia. La marijuana funzionò benissimo. Va oltre la mia comprensione - ed io mi illudo di capire molte cose, anche senza senso - il fatto che una sostanza così benefica non sia disponibile a chi ne ha veramente bisogno, solo perché vi sono altri che la usano per altri motivi"
Stephen Jay Gould che ha usato la marijhuana durante il trattamento contro il cancro.


"I compiti giornalieri come lavarmi e vestirmi, diventano molto piu semplici. Non ho quasi piu nessuno spasmo e sono graziata da dover assumere dodici pillole al giorno, tossiche e da cui sarei diventata dipendente. Circa due terzi dei pazienti paralizzati che io conosco usano la marijhuana per controllare gli spasmi muscolari ed il dolore. Il govemo ora sta mettendo in atto una guerra contro le droghe che in effetti colpisce me ed altri pazienti paralizzati, perché abbiamo scelto una sostanza che e la migliore e la piu sicura per la nostra condizione, mettendoci sullo stesso piano dei criminali che abusano di eroina"
Chris Woiderski che usa marijuana per gli spasmi causati dalla paraplegia.


A quel tempo, soprattutto a causa della mia ignoranza, "l'utilità" era riferita solo alla medicina. L'esperienza accumulata negli ultimi vent'anni mi ha spinto a considerare molto più seriamente le asserzioni di coloro i quali credono che la canapa indiana abbia proprietà utili che non possono essere descritte come mediche. Per esempio, non ho più dubbi che la marijuana possa essere uno stimolatore intellettuale. Può aiutare colui che la usa a penetrare barriere concettuali, a promuovere la fluidità associativa, e ad aumentare la propria percezione interiore e creatività. Alcuni la trovano così utile per l'acquisizione di nuove prospettive o la visione dei problemi da un diverso punto di vista, che la fumano in preparazione per il lavoro intellettuale. Ho l'impressione che queste persone abbiano imparato a sfruttare l'alterazione della coscienza prodotta dalla canapa indiana. Altri modi in cui la canapa può essere utile hanno probabilmente poco a che vedere con l'acquisizione di conoscenza. Essa può acuire le sensazioni piacevoli derivanti dal cibo, dalla musica, dall'attività sessuale, dalle bellezze della natura e da altre esperienze sensuali. Nelle condizioni e nell'ambiente adatti, può promuovere l'intimità emotiva. Per quasi tutti, ha la capacità di evidenziare l'aspetto comico della vita e di catalizzare una risata piena e salutare.

E' forse in parte proprio perché così tanti americani hanno scoperto da soli che la marijuana è allo stesso tempo relativamente benigna e notevolmente utile, che il consenso morale circa i mali della canapa indiana è allo stesso tempo incerto e superficiale. Le autorità pretendono che eliminare il traffico di canapa indiana sia equivalente all'eliminare la schiavitù o la pirateria, o sia come sradicare il vaiolo o la malaria. L'atteggiamento ufficiale è che deve essere fatto tutto il possibile per impedire per sempre e a chiunque di usare la marijuana.

...ora anche in Italia

da "La Stampa" 12 agosto 1995

Ma allo stesso tempo vi è un bagaglio informale di conoscenze sull'uso della marijuana che è molto più tollerante. Molti dei milioni di persone che usano la canapa indiana in questo paese non solo disobbediscono alle leggi antidroga, ma altresì non le rispettano per principio. Essi non nascondono il loro amaro risentimento verso leggi che li rendono dei criminali. Credono che molte persone siano state ingannate dal loro governo, e sono giunti a dubitare che le "autorità" capiscano granché circa le proprietà di questa droga, sia quelle dannose che quelle benefiche.  Questa corrente sotterranea di ambivalenza e resistenza nell'atteggiamento pubblico verso le leggi contro la marijuana apre uno spiraglio alla possibilità di un mutamento, specie se consideriamo che i costi della proibizione sono notevoli e in continuo aumento. Attualmente, negli Stati Uniti, più di 300.000 persone vengono arrestate ogni anno per reati legati alla marijuana, contribuendo così all'intasamento delle corti giudiziarie e al sovraffollamento delle carceri. Oltre alle centinaia di miliardi sprecati per la proibizione, vi sono costi più difficili da quantificare. Uno di questi è la perdita di credibilità del governo. I giovani che scoprono che le autorità mentono a proposito della canapa accolgono con scetticismo le posizioni ufficiali a proposito delle altre droghe e tendono a disprezzare le dichiarazioni di impegno in difesa della giustizia da parte del governo. Un altro costo spaventoso della proibizione è l'erosione delle libertà civili. L'uso di informatori e di trappole test obbligatori delle urine, perquisizioni ed arresti senza mandato, e violazioni della legge del "Posse Comitatus" (che proibisce l'uso di forze militari nell'applicazione di leggi civili) stanno diventando più comuni. E' sempre più chiaro che la nostra società non può essere allo stesso libera dalla droga e libera.

    E' altrettanto chiaro che la realtà dei bisogni umani è incompatibile con la richiesta di una distinzione legalmente applicabile tra l'uso medicinale della canapa indiana e le altre utilizzazioni. L'uso della marijuana semplicemente non si adatta ai limiti concettuali stabiliti dalle istituzioni del ventesimo secolo. Accresce molti piaceri e ha varie applicazioni mediche possibili, ma anche queste due categorie non sono le sole rilevanti. Il tipo di terapia spesso utilizzato per alleviare i malesseri quotidiani non rientra in nessuno schema di questo genere. In molti casi, ciò che la persona comune fa quando si auto-prescrive la marijuana non è molto diverso da ciò che fanno i medici quando forniscono prescrizioni per medicinali psicoattivi o di altro tipo. Il solo modo attuabile per realizzare tutte le potenzialità di questa sostanza così interessante, incluso il suo pieno potenziale medico, è di liberarla dal doppio gruppo di regolamenti attuali - quelli che controllano i medicinali soggetti a prescrizione medica in generale, e le leggi speciali criminali che controllano le sostanze psicoattive. Queste leggi, rinforzadosi a vicenda, stabiliscono un corpo di categorie sociali che strangolano le potenzialità eccezionalmente sfaccettate di questa sostanza. La sola via d'uscita è di tagliare questo nodo dando alla marijuana lo stesso status dell'alcool - e cioé legalizzarla per tutti gli usi da parte di adulti e rimuoverla completamente dai sistemi di controllo medico e criminale.

Visto i miei passati fallimenti come profeta, potrebbe essere inopportuno da parte mia arrischiare ulteriori predizioni sul futuro della marijuana. Eppure credo ancora che prima o poi la popolazione degli Stati Uniti e del mondo riconoscerà i benefici individuali e sociali di questa droga e i costi enormi dell'attuale proibizione. Un giorno, mi auguro, ci guarderemo indietro e ci chiederemo perchè le nostre società fossero così perverse da trattare la canapa indiana come fecero per la maggior parte del ventesimo secolo.


1. Per un resoconto dettagliato del posto crescente della canapa indiana nella cura di un numero crescente di patologie, si veda Lester Grinspoon e James B. Bakalar, "Marijuana the Forbidden Medicine (New Haven: Yale University Press, 1993).

2. "Marijuana Reconsidered" è stato ripubblicato di recente - Quick American Archives, Oakland, CA, 1994

Indice MARIJUANA
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