La prima volta che mi interessai alla marijuana fu quando il suo
uso aumentò in modo esplosivo negli anni 60. In
quel periodo non avevo dubbi che fosse una droga
estremamente dannosa, disgraziatamente assunta da
un numero crescente di giovani stolti che non volevano
ascoltare, o non volevano credere o capire gli avvisi
circa la sua pericolosità. Quando cominciai a studiare
la marijuana nel 1967, il mio scopo era di definire
scientificamente la natura e il grado di tali pericoli.
Ma esaminando la letteratura scientifica, medica
e comune, la mia prospettiva cominciò a cambiare.
Giunsi a comprendere che, come tante altre persone
di questo paese, ero stato mal informato e indotto
in errore. Vi erano ben poche prove empiriche in
sostegno di ciò che credevo circa i pericoli della
marijuana. Allorché giunsi al completamento della
mia ricerca, che fornì le basi per un libro, pubblicato
per la prima volta nel 1971 dalla Harvard University
Press, ero ormai convinto che la canapa indiana
fosse molto meno dannosa di quanto avessi creduto.
Il titolo del libro, "Marihuana Reconsidered"
(la marijuana riesaminata), rifletteva questo mio
mutamento di prospettiva.
Dopo tre anni di ricerca sulla
canapa indiana, ero giunto infatti alla conclusione
che non solo era molto meno dannosa dell'alcool
e del tabacco, ma anche che nessun danno che essa
fosse in grado di provocare poteva essere lontanamente
simile al danno attribuibile all'arresto ogni anno
di 400.000 persone, per lo più giovani, per reati
legati alla marijuana. Credevo ingenuamente che
una volta che le persone avessero compreso che la
marijuana era molto meno pericolosa di droghe che
sono già legali, le leggi contro di essa sarebbero
state abrogate. Predissi con fiducia che l'uso della
canapa indiana da parte di adulti sarebbe stato
legalizzato entro il decennio. Non avevo ancora
imparato che c'é qualcosa di particolare nelle droghe
illecite: se è vero che non sempre spingono l'utilizzatore
ad un comportamento irrazionale, certamente portano
molti che non le usano a comportarsi in tale modo.
Invece di rendere la marijuana legalmente disponibile
agli adulti, abbiamo continuato a criminalizzare
molti milioni di americani. Ogni anno centinaia
di migliaia di persone, soprattutto giovani, vengono
arrestate con accuse connesse alla marijuana, e
il clima politico si è ora deteriorato così gravemente
che è divenuto difficile parlare apertamente e liberamente
della marijuana. Si può quasi dire che ci troviamo
in un'atmosfera di maccartismo psicofarmacologico.
Negli anni che seguirono alla
pubblicazione di "Marihuana Revisited",
divenne sempre più evidente che non vi erano validi
motivi scientifici per la messa al bando della marijuana.
Le nozioni dell'era Aslinger, sulle quali era basato
l'Atto di tassazione della marijuana del 1937, e
cioè che tale sostanza provocava crimini violenti,
"eccessi sessuali" (checché si intenda
per essi), e dipendenza, e che costituiva il primo
passo verso l'uso di droghe più pesanti, sono state
del tutto screditate. Poiché questi argomenti non
erano più plausibili, i gruppi che si opponevano
alla liberalizzazione delle leggi sulla marijuana
cominciarono allora a parlare di "nuove ricerche"
che avrebbero dovuto provare come la marijuana provochi
altri tipi di danni. In questo tipo di atmosfera,
il governo federale ampliò notevolmente il suo sostegno,
soprattutto attraverso l'Istituto Nazionale sull'Abuso
di Droghe, a studi progettati per scoprire nuovi
rischi per la salute. Così, nei primi anni '70 fummo
informati che la marijuana distruggeva le cellule
cerebrali, causava psicosi, abbassava il livello
di testosterone e il conto spermatico, portava allo
sviluppo delle mammelle nei maschi adolescenti,
danneggiava la memoria e le funzioni intellettive,
comprometteva il sistema immunitario, e causava
rottura cromosomica, danni genetici, e difetti fetali.
La pubblicazione di questi risultati seguiva una
procedura tipica. Ognuno di essi veniva presentato
in articoli di prima pagina con commenti allarmistici.
In seguito, dopo qualche mese o anno, i ricercatori
riferivano che i risultati del primo studio non
potevano essere riprodotti. Se e quando queste prove
contraddittorie venivano pubblicate, era di solito
in un breve trafiletto nelle pagine interne. Il
pubblico rimaneva spesso con l'impressione che le
più recenti scoperte di pericoli per la salute fossero
state dimostrate scientificamente.
Nel 1977 si era aggiunta una
quantità di nuove conoscenze tale da giustificare
una seconda edizione di "Marihuana Revisited",
con un nuovo capitolo in cui James B. Bakalar e
io analizzavamo le ricerche e gli sviluppi sociali
nel corso dei sei anni trascorsi dalla prima edizione.
Per nulla scoraggiati dal fallimento della mia predizione
del 1971 che la marijuana sarebbe stata legalizzata
entro quel decennio, concludemmo la seconda edizione
con queste parole: "Qualsiasi siano le condizioni
culturali che lo hanno permesso, non vi è dubbio
che la discussione sulla marijuana è diventata più
ragionevole. Stiamo diventando gradualmente consapevoli
dell'irrazionalità di classificare questa droga
come avente un alto potenziale di abuso e nessun
valore medico. Se la tendenza attuale continuerà,
è probabile che entro un decennio la marijuana verrà
venduta negli Stati Uniti come intossicante legale".
In quel periodo , tre anni prima
dell'elezione di Reagan alla presidenza degli Stati
Uniti, avevamo buoni motivi per essere ottimisti.
Nel 1971 la Commissione Nazionale sull'abuso della
marijuana e delle droghe, incaricata dal presidente
Nixon, aveva raccomandato l'abrogazione delle pene
per il possesso di marijuana ad uso personale e
per gli scambi casuali di piccole quantità.
Marijuana
negli USA:
quando i pregiudizi condizionano la ricerca
di
Stefano Canali
Centro
per la diffusione della cultura scientifica,
Università di Cassino
La
prima conferenza nazionale statunitense sulla
marijuana (National Conference on Marijuana
Use Prevention, Treatment, and Research),
organizzata dal National Institute on Drug
Abuse e National Institutes of Health, si
è svolta lo scorso 19 e 20 luglio 1995 a Crystal
City, Arlington, Virginia, in due giorni di
lavoro intensi, in cui gli organizzatori avevano
condensato - tra sessioni plenarie e workshop
- gli interventi di 62 relatori. L'elevato
numero di relazioni, tuttavia, non ha affatto
significato quella pluralità di approcci e
posizioni che dovrebbe essere propria di ogni
conferenza scientifica, soprattutto se affronta
l'esame di una materia così controversa, dibattuta
e oscura in molti lati, come quella legata
alla marijuana.
Fedele alla dura filosofia proibizionistica
adottata dall'Amministrazione statunitense
da cui dipende, il NIDA ha invitato soltanto
esperti che condividono senza riserve tale
approccio e modellano su di esso, in materia
spesso forzata, non solo le strategie politiche
di controllo e prevenzione dell'abuso, ma
anche la ricerca sperimentale e le interpretazioni
dei dati ottenuti in laboratorio.
La sessione plenaria che riguardava la neurobiologia
della marijuana si risolveva così in una lunga
serie di interventi in cui venivano sciorinati,
con sconcertante sicurezza, dati sui danni
e sui pericoli dell'uso della marijuana estrapolati
da ricerche su modelli animali, con evidenze
parziali, non verificate in altri laboratori
ed in aperto contrasto con altri risultati.
Ignorando ogni riserva critica, la gran parte
dei relatori dava esclusivo rilievo alle dimostrazioni
delle proprietà immunodepressive, dipententigene
e cancerogene della cannabis, delle alterazioni
che essa produce sulla fisiologia del sistema
endocrino, in special modo sui meccanismi
ormonali degli organi sessuali, sulle funzioni
emotive e motivazionali, su quelle cognitive.
Dimostrazioni a volte datate, molto spesso
acquisite somministrando per lunghi periodi
dosi giornaliere eccezionalmente alte di THC
e per cui esistono almeno altrettante evidenze
contrastanti. Molto poche, inoltre, sono state
le cautele rispetto alla possibilità di generalizzazioni
dalle situazioni sperimentali, dai modelli
animali e dagli studi in vitro alla realtà
clinica del consumatore, alla sua dimensione
psicosociale e al valore culturale della marijuana
in un dato ambiente sociale: variabili determinanti
nella modulazione degli effetti e dell'instaurarsi
delle complicazioni mediche, come hanno dimostrato
i tre più noti studi sul campo condotti in
larga scala negli anni '70 in Giamaica, Costa
Rica e Grecia.
Nel suo intervento introduttivo, Alan Leshner,
direttore del NIDA, aveva affermato che la
prima conferenza nazionale sulla marijuana
era finalizzata alla diffusione di informazione
scientifica sulla marijuana, sui suoi effetti
e sul suo uso. L'osservatorio epidemiologico
del National Institute of Health e del NIDA
ha registrato negli ultimi anni un aumento
del consumo di marijuana e un preoccupante
mutamento nella percezione del valore dell'uso
della cannabis tra la popolazione giovanile.
Esisterebbero quindi le ragioni per un rilancio
di vasti progetti di prevenzione, nonostante
i dati indicati da Leshner sono tali da non
destare preoccupazioni di imminente diffusione
epidemica.
Leshner, tuttavia, non evidenziava il fatto
che la popolazione giovanile nella quale si
stanno registrando tali fenomeni è proprio
quella esposta alle campagne di prevenzione
promosse e realizzate a partire dalla metà
degli anni '80 dall'Amministrazione statunitense
e dalle organizzazioni americane impegnate
nella lotta alla droga. Progetti di prevenzione
condotti con toni allarmistici e caratterizzati
da un forte accento moralizzatore, ma soprattutto
basati su un'informazione quantomeno parziale,
se non distorta, sugli effetti, sui pericoli
e sui danni del fumo di marijuana. Il fallimento
di queste imprese, allora, dovrebbe forse
far riflettere i governi e gli enti impegnati
nel contenimento del consumo di sostanze d'abuso
sulle strategie della prevenzione. E dimostra
che l'informazione corretta ed obiettiva costituisce
l'arma più efficace per la prevenzione e rappresenta
allo stesso tempo il miglior modo per garantire
ai cittadini scelte personali più responsabili
e più coscienti giudizi sulla politica dei
governi nei confronti del problema delle droghe. |
Nel
1973 l'Oregon era diventato il primo stato
a depenalizzare la marijuana, rendendo il
possesso di quantità inferiori ad un'oncia
( 1 oncia = 28,35 gr) un reato civile punibile
con una piccola ammenda. Nel 1975 l'Alaska
aveva eliminato ogni pena per il possesso
personale e la coltivazione di quantità inferiori
a quattro once. Il presidente Carter aveva
approvato la depenalizzazione, così come l'Associazione
Medica Americana, la Società Psichiatrica
Americana, l'Associazione Americana degli
Ordini Forensi, e il Consiglio Nazionale delle
Chiese. Entro il 1977 la maggior parte degli
stati avevano ridotto il semplice possesso
al rango di infrazione, e nel 1980 undici
stati avevano effettivamente depenalizzato
il possesso di marijuana. Sfortunatamente,
questa tendenza non continuò. Il movimento
per la riforma delle leggi sulla marijuana
raggiunse il suo apice alla fine degli anni
'70. Nel 1978 il Dott. Peter Bourne, il consulente
della Casa Bianca per i farmaci e le droghe,
che aveva aiutato il presidente Carter a muovere
verso una riforma, rassegnò le proprie dimissioni
e fu sostituito da Lee Dogoloff, un sostenitore
della linea dura. Nello stesso anno, la percentuale
della popolazione in favore della legalizzazione
della marijuana cominciò a diminuire rispetto
al picco di 28% raggiunto nel 1978; oggi è
scesa al 15%. Sotto la presidenza Reagan il
governo istituì un programma di "tolleranza
zero". Nel 1983 il pericoloso insetticida
Paraquat veniva spruzzato sulle piantagioni
domestiche di marijuana, e metodi militari
erano utilizzati per sradicare piante di canapa
indiana e arrestare coloro che le coltivavano
nella California settentrionale. Nel 1987
un membro della Corte dovette ritirarsi in
seguito a pressioni in quanto aveva fumato
marijuana quando era un professore di legge.
Nel 1989, sotto il presidente Bush, il governo
federale cominciò l'operazione "Mercante
Verde", confiscando liste di persone
che avevano ordinato materiali ed attrezzi
per la coltivazione casalinga e perquisendo
le loro case. L'amministrazione Bush si impegnò
inoltre a persuadere lo stato dell'Alaska
a rendere il possesso di marijuana nuovamente
un reato penale, riuscendovi nel 1990. Quello
stesso anno, il Congresso approvò un disegno
di legge che prevedeva la sospensione dei
fondi federali per il trasporto a quegli stati
che rifiutassero di comminare la sospensione
della patente di guida per 6 mesi a chi fosse
stato arrestato per possesso di marijuana.
E' importante ricordare che tali provvedimenti
sempre più duri (e la crescente isteria dei
comitati di cittadini contro la marijuana)
non riflettevano alcuna nuova conoscenza circa
la pericolosità di questa droga. Durante il
quarto di secolo trascorso da quando iniziai
a studiare la marijuana, i dati di laboratorio,
sociologici o epidemiologici indicativi di
seri problemi medici o sociali derivanti dall'uso
di questa sostanza sono stati notevolmente
esigui. L'attuale atteggiamento del governo
e delle crociate anti-marijuana ha lo stesso
rapporto con la realtà di quelle che il film
"Refeer madness" (La follia dello
spinello) aveva nel 1936. |
Ma
la dissonanza è ancora più notevole ora, poiché
sappiamo tante cose in più. Dal 1971 sono stati
spesi milioni di dollari per studiare i pericoli
della canapa indiana, ma questa vasta opera di ricerca
ha fallito completamente nello scopo di fornire
una base scientifica per la proibizione. Sebbene
continuino ad accumularsi prove contro la sua tossicità,
il governo persiste nel condurre una azione repressiva
sempre più intensa verso i consumatori di canapa
indiana. Per giustificare la sua politica, (di solito
usando come proprio portavoce la DEA, l'Amministrazione
per il Controllo dei Farmaci e delle Droghe), esso
distorce, allunga e tronca i risultati delle ricerche
in un modo degno di Procuste.
L'impegno
del governo a sostenere grossolane esagerazioni
sulla dannosità della canapa indiana ha reso necessario
che si negasse l'utilità medica di questa sostanza
pur di fronte a schiaccianti dati contrari. Nel
1991 la DEA fu inondata di richieste per l'uso della
marijuana da persone affette da AIDS. In tutta risposta,
James O. Mason, direttore del Servizio Sanitario
Pubblico, annunciò che un programma IND (Investigational
New Drug Application = Applicazione sperimentale
di una medicina di nuova introduzione, ndt) compassionevole,
che aveva consentito a un piccolo gruppo di pazienti
di usare la marijuana legalmente come una medicina,
sarebbe stato sospeso. Egli spiegò al proposito
che questo programma intaccava l'opposizione dell'amministrazione
all'uso di droghe illegali: "Se si avesse l'impressione
che il Servizio Sanitario Pubblico va in giro a
distribuire marijuana alla gente, si penserebbe
che questa sostanza non dev'essere poi del tutto
malvagia", disse Mason. "Ciò darebbe un
segnale negativo. Non ho nulla contro il permesso
di somministrazione se non vi è altro modo di aiutare
queste persone... Ma non abbiamo uno straccio di
prova che fumare marijuana giovi a un malato di
AIDS".Nel 1971 osservai che poiché la marijuana
era stata usata da tantissime persone in tutto il
mondo, per migliaia di anni e con pochissime prove
di effetti tossici significativi, la scoperta di
un qualsivoglia serio rischio per la salute non
individuato in precedenza era alquanto poco probabile.
Proposi che le ricerche sulla canapa si orientassero
piuttosto verso le sue applicazioni in campo medico
e il suo potenziale come strumento per aumentare
la nostra comprensione delle funzioni cerebrali.
Sebbene i fondi stanziati in questi campi siano
stati notevolmente scarsi, in entrambi si sono registrati
interessanti sviluppi.
Nel 1990 i ricercatori hanno scoperto ricettori
cerebrali stimolati dal THC (tetraidrocannabinolo).
Questa emozionante scoperta implica che il corpo
produce la propria versione di sostanze cannabinoidi
per uno o più scopi utili. Il primo neurotrasmettitore
del tipo cannabinoide fu identificato nel 1992 e
venne chiamato anandamida (ananda è un termine sanscrito
che significa estasi). Punti di ricezione delle
sostanze cannabinoidi si trovano non solo nel cervello
inferiore ma anche nella corteccia cerebrale, che
regola il pensiero superiore, e nell'ippocampo,
che è un locus della memoria. Queste scoperte portano
a formulare alcune ipotesi interessanti. La distribuzione
di recettori dell'anandamida nel cervello superiore
potrebbe spiegare perché così tanti consumatori
di marijuana sostengano che questa droga stimoli
alcune attività mentali, incluse la creatività e
la fluidità di associazione? Questi recettori giocano
forse un ruolo nella capacità della marijuana di
alterare l'esperienza soggettiva del tempo? E cosa
concludere a proposto della sottile intensificazione
della percezione e della capacità di sperimentare
il mondo fisico con in parte quella sensazione di
scoperta e di emozione che si prova nell'infanzia?
Forse ulteriori ricerche su questi recettori, che
potrebbero non essere limitate al solo cervello,
promuoveranno nel contempo una migliore comprensione
della notevole versatilità della canapa indiana
come medicinale.
Nonostante condizioni che scoraggiano
i ricercatori, le applicazioni mediche della marijuana
hanno registrato notevoli progressi dal 1971, in
circostanze particolarmente insolite e difficili.
Di norma, le nuove medicine sono accompagnate lungo
il complicato percorso ad ostacoli per l'approvazione
federale dalle compagnie farmaceutiche, che dedicano
ampie risorse al compito di prendere una sostanza
chimica con potenziale terapeutico e trasformarla
in una proprietà da immettere sul mercato. Per molte
ragioni, tra cui il fatto che è impossibile ottenere
per essa il diritto di esclusiva, è altamente improbabile
che alcuna compagnia farmaceutica si imbarchi in
questo processo in favore della canapa indiana.
Inoltre, il governo degli Stati Uniti è stato ed
è adamantino nella sua opposizione al riconoscimento
dell'utilità della marijuana in campo medico. Nonostante
ciò, un numero sempre più elevato di persone sta
usando la marijuana come medicinale.
Una serie di sviluppi ha aumentato
notevolmente l'interesse verso le applicazioni mediche
della canapa indiana. Nei primi anni '70, molti
si accorsero che la canapa indiana poteva dar sollievo
all'intensa nausea e ai vomiti provocati dalla cura
chemioterapica del cancro, che era allora una forma
di terapia nuova. La marijuana si dimostrò spesso
più efficace rispetto agli anti-emetici legali.
Più o meno nello stesso periodo fu scoperto che
la marijuana abbassava in modo efficace la pressione
sul nervo ottico in pazienti affetti da glaucoma
ad angolo aperto; molti pazienti scoprirono, per
lo più parlandone tra di loro, che la canapa indiana
era più efficace delle medicine convenzionali nel
ritardare la progressiva perdita della visione causata
da questa patologia. Verso la metà degli anni '80,
alcuni malati di AIDS si accorsero che la canapa
indiana portava sollievo alla nausea causata dalla
loro malattia o dalle medicine che assumevano per
combatterla. Inoltre, la canapa indiana migliorava
il loro appetito, e consentiva loro di bloccare,
o addirittura invertire, la tendenza a perdere peso.
Come la maggior parte dei consumatori di canapa
indiana per le sue virtù terapeutiche, la persone
affette da AIDS hanno scoperto che la marijuana
fumata è più efficace del THC sintetico (Marinol)
che venne legalmente introdotto come farmaco prescrivibile
nel 1985.
Lo sforzo per rendere la canapa
indiana stessa disponibile come farmaco soggetto
a prescrizione fu iniziato nel 1972 dall'Organizzazione
Nazionale per la Riforma delle leggi sulla Marijuana
(National Organization for the Reform of Marijuana
Laws), e proseguì con lentezza esasperante attraverso
il sistema legale.
Finalmente,
nel 1986 l'amministratore della DEA annunciò che
avrebbe indetto le udienze pubbliche ordinate dalle
corti legali sette anni prima. Queste udienze, che
cominciarono nel 1986 e durarono due anni, videro
l'intervento di numerosi testimoni, tra i quali
sia medici che pazienti, e migliaia di pagine di
documentazione. Il giudice legale della DEA, Francis
J. Young, esaminò tutti i dati raccolti e comunicò
le sue conclusioni nel 1988. Young disse che l'approvazione
da parte di una minoranza significativa di medici
era sufficiente per il raggiungimento degli standard
stabiliti dalla Legge per le Sostanze Controllate
(Controlled Substances Act) perché la marijuana
fosse annoverata tra le medicine del gruppo II,
cioè quelle sottoposte a prescrizione medica. Egli
aggiunse inoltre che "la marijuana, nella sua
forma naturale, è una delle più sicure tra le sostanze
terapeuticamente attive conosciute... Si deve ragionevolmente
concludere che vi è un'accettabile sicurezza per
l'uso della marijuana sotto controllo medico. Una
conclusione diversa, basata sui dati in nostro possesso,
costituirebbe un'atto irragionevole, arbitrario
e frutto di un capriccio". Young continuò raccomandando
"che l'Amministratore (della DEA) concluda
che la pianta della marijuana presa nel suo intero
ha un uso medico a fini terapeutici attualmente
accettato negli Stati Uniti, che non vi è alcuna
carenza di sicurezza accettabile per il suo uso
sotto controllo medico, e che può essere trasferita
legalmente dalla Classe I alla Classe II".
La
DEA non prese in considerazione l'opinione
del suo giudice legale amministrativo e rifiutò
di riclassificare la marijuana. Come commentò
l'avvocato dell'ente, "Il giudice sembra
appigliarsi a quella che lui definisce una
"minoranza rispettabile di medici".
Di che percentuale stiamo parlando? La metà
dell'uno per cento? Un quarto dell'uno per
cento?" L'amministratore della DEA, John
Lang andò oltre, definendo le asserzioni sull'utilità
della marijuana una pericolosa e crudele mistificazione".Nel
corso degli ultimi vent'anni, mentre le potenzialità
di applicazione terapeutica della canapa indiana
divenivano sempre più evidenti, ho avuto modo
di osservare la crescente frustrazione dei
pazienti che non riescono ad ottenerla per
vie legali. Il governo degli Stati Uniti deve
assumersi la responsabilità delle sofferenze
inutili causate da una politica che può solo
essere definita ignorante e crudele, e perché
spinge i suoi cittadini a compiere atti penalmente
perseguibili. Nonostante l'ostruzionismo del
governo, molti pazienti hanno imparato ad
utilizzare la marijuana a scopo terapeutico,
e molti altri ne stanno scoprendo i benefici.
Sfortunatamente, devono sopportare l'ansietà
imposta dal rischio di arresto e i loro sensi
di colpa per il fatto di infrangere la legge,
e sono costretti a pagare prezzi esorbitanti
sulla strada per una medicina che dovrebbe
essere assai poco costosa.Rileggendo ora la
seconda edizione di "Marihuana Reconsidered"
ho trovato alcuni capitoli, come quelli sulla
chimica, farmacologia e le applicazioni mediche
della marijuana, datati. Alcune delle idee
espresse in quel libro ora sembrano leggermente
bizzarre anche a me. Il tono è più cauto di
quanto sarebbe se mi accingessi a scriverlo
oggi. Infatti, sebbene sia ancora convinto
che la marijuana non sia innocua, sono altrettanto
sicuro che sia una delle meno pericolose,
se non la meno pericolosa, di tutte le sostanze
psicoattive, legali o legali, medicinali o
ricreative.Un'altra impressione che ho avuto
rileggendo il libro è di aver prestato poca
attenzione agli usi della marijuana che non
sono propriamente né medici né ricreativi.
Nel 1971 avevo scritto che "La mia intenzione
è di fornire una descrizione accurata di questa
droga e delle sue proprietà, e di metterne
in prospettiva i pericoli e le applicazioni
utili". |
Prima
negli stati uniti... |
Testimonianze
dal libro Marijuana, the forbidden Medicine
"Non
amo infrangere la legge. Non mi piace pagare
un prezzo esorbitante a degli spacciatori
per un prodotto non regolato e non contollato.
Ma mi piace davvero camminare, parlare, leggere,
scrivere e vedere"
Greg Paufler che usa la marijuana per alleviare
i sintomi della sclerosi multipla.
"Avevo sentito che la marihuana funziona
contro la nausea. Ero titubante se usarla
o no, perché non avevo mai fumato niente in
vita mia. La marijuana funzionò benissimo.
Va oltre la mia comprensione - ed io mi illudo
di capire molte cose, anche senza senso -
il fatto che una sostanza così benefica non
sia disponibile a chi ne ha veramente bisogno,
solo perché vi sono altri che la usano per
altri motivi"
Stephen Jay Gould che ha usato la marijhuana
durante il trattamento contro il cancro.
"I compiti giornalieri come lavarmi
e vestirmi, diventano molto piu semplici.
Non ho quasi piu nessuno spasmo e sono graziata
da dover assumere dodici pillole al giorno,
tossiche e da cui sarei diventata dipendente.
Circa due terzi dei pazienti paralizzati che
io conosco usano la marijhuana per controllare
gli spasmi muscolari ed il dolore. Il govemo
ora sta mettendo in atto una guerra contro
le droghe che in effetti colpisce me ed altri
pazienti paralizzati, perché abbiamo scelto
una sostanza che e la migliore e la piu sicura
per la nostra condizione, mettendoci sullo
stesso piano dei criminali che abusano di
eroina"
Chris Woiderski che usa marijuana per
gli spasmi causati dalla paraplegia.
|
A quel tempo, soprattutto a causa della mia ignoranza,
"l'utilità" era riferita solo alla medicina.
L'esperienza accumulata negli ultimi vent'anni mi
ha spinto a considerare molto più seriamente le
asserzioni di coloro i quali credono che la canapa
indiana abbia proprietà utili che non possono essere
descritte come mediche. Per esempio, non ho più
dubbi che la marijuana possa essere uno stimolatore
intellettuale. Può aiutare colui che la usa a penetrare
barriere concettuali, a promuovere la fluidità associativa,
e ad aumentare la propria percezione interiore e
creatività. Alcuni la trovano così utile per l'acquisizione
di nuove prospettive o la visione dei problemi da
un diverso punto di vista, che la fumano in preparazione
per il lavoro intellettuale. Ho l'impressione che
queste persone abbiano imparato a sfruttare l'alterazione
della coscienza prodotta dalla canapa indiana. Altri
modi in cui la canapa può essere utile hanno probabilmente
poco a che vedere con l'acquisizione di conoscenza.
Essa può acuire le sensazioni piacevoli derivanti
dal cibo, dalla musica, dall'attività sessuale,
dalle bellezze della natura e da altre esperienze
sensuali. Nelle condizioni e nell'ambiente adatti,
può promuovere l'intimità emotiva. Per quasi tutti,
ha la capacità di evidenziare l'aspetto comico della
vita e di catalizzare una risata piena e salutare.
E'
forse in parte proprio perché così tanti americani
hanno scoperto da soli che la marijuana è
allo stesso tempo relativamente benigna e
notevolmente utile, che il consenso morale
circa i mali della canapa indiana è allo stesso
tempo incerto e superficiale. Le autorità
pretendono che eliminare il traffico di canapa
indiana sia equivalente all'eliminare la schiavitù
o la pirateria, o sia come sradicare il vaiolo
o la malaria. L'atteggiamento ufficiale è
che deve essere fatto tutto il possibile per
impedire per sempre e a chiunque di usare
la marijuana. |
...ora
anche in Italia |

da
"La Stampa" 12 agosto 1995 |
Ma
allo stesso tempo vi è un bagaglio informale di
conoscenze sull'uso della marijuana che è molto
più tollerante. Molti dei milioni di persone che
usano la canapa indiana in questo paese non solo
disobbediscono alle leggi antidroga, ma altresì
non le rispettano per principio. Essi non nascondono
il loro amaro risentimento verso leggi che li rendono
dei criminali. Credono che molte persone siano state
ingannate dal loro governo, e sono giunti a dubitare
che le "autorità" capiscano granché circa
le proprietà di questa droga, sia quelle dannose
che quelle benefiche. Questa corrente sotterranea
di ambivalenza e resistenza nell'atteggiamento pubblico
verso le leggi contro la marijuana apre uno spiraglio
alla possibilità di un mutamento, specie se consideriamo
che i costi della proibizione sono notevoli e in
continuo aumento. Attualmente, negli Stati Uniti,
più di 300.000 persone vengono arrestate ogni anno
per reati legati alla marijuana, contribuendo così
all'intasamento delle corti giudiziarie e al sovraffollamento
delle carceri. Oltre alle centinaia di miliardi
sprecati per la proibizione, vi sono costi più difficili
da quantificare. Uno di questi è la perdita di credibilità
del governo. I giovani che scoprono che le autorità
mentono a proposito della canapa accolgono con scetticismo
le posizioni ufficiali a proposito delle altre droghe
e tendono a disprezzare le dichiarazioni di impegno
in difesa della giustizia da parte del governo.
Un altro costo spaventoso della proibizione è l'erosione
delle libertà civili. L'uso di informatori e di
trappole test obbligatori delle urine, perquisizioni
ed arresti senza mandato, e violazioni della legge
del "Posse Comitatus" (che proibisce l'uso
di forze militari nell'applicazione di leggi civili)
stanno diventando più comuni. E' sempre più chiaro
che la nostra società non può essere allo stesso
libera dalla droga e libera.
E' altrettanto chiaro che la
realtà dei bisogni umani è incompatibile con la
richiesta di una distinzione legalmente applicabile
tra l'uso medicinale della canapa indiana e le altre
utilizzazioni. L'uso della marijuana semplicemente
non si adatta ai limiti concettuali stabiliti dalle
istituzioni del ventesimo secolo. Accresce molti
piaceri e ha varie applicazioni mediche possibili,
ma anche queste due categorie non sono le sole rilevanti.
Il tipo di terapia spesso utilizzato per alleviare
i malesseri quotidiani non rientra in nessuno schema
di questo genere. In molti casi, ciò che la persona
comune fa quando si auto-prescrive la marijuana
non è molto diverso da ciò che fanno i medici quando
forniscono prescrizioni per medicinali psicoattivi
o di altro tipo. Il solo modo attuabile per realizzare
tutte le potenzialità di questa sostanza così interessante,
incluso il suo pieno potenziale medico, è di liberarla
dal doppio gruppo di regolamenti attuali - quelli
che controllano i medicinali soggetti a prescrizione
medica in generale, e le leggi speciali criminali
che controllano le sostanze psicoattive. Queste
leggi, rinforzadosi a vicenda, stabiliscono un corpo
di categorie sociali che strangolano le potenzialità
eccezionalmente sfaccettate di questa sostanza.
La sola via d'uscita è di tagliare questo nodo dando
alla marijuana lo stesso status dell'alcool - e
cioé legalizzarla per tutti gli usi da parte di
adulti e rimuoverla completamente dai sistemi di
controllo medico e criminale.
Visto i miei passati fallimenti come profeta, potrebbe
essere inopportuno da parte mia arrischiare ulteriori
predizioni sul futuro della marijuana. Eppure credo
ancora che prima o poi la popolazione degli Stati
Uniti e del mondo riconoscerà i benefici individuali
e sociali di questa droga e i costi enormi dell'attuale
proibizione. Un giorno, mi auguro, ci guarderemo
indietro e ci chiederemo perchè le nostre società
fossero così perverse da trattare la canapa indiana
come fecero per la maggior parte del ventesimo secolo.
1. Per un resoconto dettagliato del posto crescente
della canapa indiana nella cura di un numero crescente
di patologie, si veda Lester Grinspoon e James B.
Bakalar, "Marijuana the Forbidden Medicine
(New Haven: Yale University Press, 1993).
2. "Marijuana Reconsidered" è stato ripubblicato
di recente - Quick American Archives, Oakland, CA,
1994 |