La canapa indiana nella storia antica
Gli
arabi e la vicenda del "Veglio della Montagna"
La canapa indiana nella cultura europea
Bibliografia

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La canapa indiana nella storia
antica |
Si suppone che l'uso della canapa indiana
cominci in eta' neolitica nei territori situati
a sud ovest del Mar Caspio e corrispondenti
all'attuale Afghanistan. La conoscenza della
canapa si sarebbe da qui diffusa verso la
Cina, dove la sua utilizzazione e' documentata
nel Rhyya, un testo cinese di botanica del
XV secolo a.C. Nel trattato farmacologico
risalente al leggendario imperatore Shen Nung,
la canapa veniva descritta come sedativo e
panacea. Il testo indiano Atharveda indicava
la canapa come elemento magico e medicinale.
In India la canapa era ritenuta di origine
divina, in quanto derivava dalla metamorfosi
dei peli della schiena di Visnu. Come tutti
gli oggetti sacri essa possedeva vari epiteti
tra i quali quello di Vijahia (fonte di felicita'
e successo) e di Ananda (che produce la vita).
La canapa era coltivata dai bramini negli
orti dei templi e serviva alla preparazione
di un infuso chiamato bhang, che, assunto
in determinate occasioni rituali favoriva
l'unione con la divinità.
Il bhang, bevanda favorita di Indra, la maggiore
divinità della più antica mitologia indiana,
era un preparato sacro, dotato di poteri taumaturgici
e capace di portare fortuna e lavare dal peccato.
La divinità Induista Shiva comandava, invece,
di ripetere la parola bhang durante la semina,
la raccolta e la lavorazione della canapa.
Una tradizione del Buddismo Mahayana racconta
che nei sei stadi ascetici verso l'illuminazione,
Buddha sarebbe sopravvissuto mangiando un
seme di canapa al giorno.
Gli Assiri bruciavano una sostanza chiamata
qunnabu nei loro templi, mentre Caldei e Persiani
la conoscevano rispettivamente col nome di
kanbun e di kenab. Nell'Avesta persiano la
canapa occupava il primo posto in una lista
di migliaia sostanze terapeutiche.
La canapa non era una pianta psicotropa cara
ai greci, nonostante Erodoto ne avesse svelato
le proprietà narrando il suo uso in occasione
dei riti funebri presso il popolo degli Sciti
nel IV libro delle Storie. «Nel paese degli
Sciti cresce una pianta chiamata cannabis,
che assomiglia molto al lino, se non che è
più grossa e più alta.
Gli Sciti se ne servono
per abbandonarsi a certe pratiche loro particolari.
Ecco in quale maniera essi procedono. All'interno
di una capanna, accuratamente chiusa, essi
spargono dei semi di canapa su alcune pietre
incandescenti, posate sul fondo di una buca.
Il fumo odoroso che sprigiona dai semi bruciati
li inebria e li eccita al punto che si mettono
a urlare.» Dioscoride, più tardi parlava della
canapa nella sua Materia medica, ricordando
la sua utilità tessile, i negativi effetti
dei suoi semi sulle prestazioni sessuali ed
il potere sedativo che essi hanno nei confronti
del mal d'orecchi e delle affezioni infiammatorie,
ma ignorandone completamente l'attività psicotropa.
Più tardi Diodoro rivelava che le donne di
Tebe preparavano una bevanda con la canapa
che agiva come il nepente di Omero e di Galeno.
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Gli arabi e la
vicenda del "Veglio della montagna" |
Nel mondo islamico la canapa era tenuta in
grandissima considerazione. Hashish in arabo
significa erba, anzi è l'erba per eccellenza,
come se l'attività psicotropa della pianta
costituisse la chiave definitoria dell'intero
regno vegetale.
Gli arabi appresero l'uso della canapa dall'India,
dalla Persia e dalla letteratura greca ed
introdussero tale sostanze nella loro articolata
farmacopea e nell'armamentario delle piante
dispensatrici di voluttà ed evasione.
Pur senza mai venir menzionata, la canapa
è stata protagonista della vicenda leggendaria
del "Veglio della Montagna" e della
feroce setta dei suoi assassini, narrata da
Marco Polo nel Milione, una storia che ha
stimolato per secoli l'immaginario occidentale,
soprattutto quello dell'epoca Romantica.
Numerose ed antiche sono le varianti narrative
di questa storia. Il primo resoconto testuale
di questa vicenda ci viene dalla Chronica
Slavorum dell'abate Arnoldo di Lubecca, del
XII secolo. In essa si raccontava di come
l'imam Hasan, infallibile ed onnipotente capo
della citta' fortezza di Alamut si servisse
dell'hashish per arruolare dei giovani, renderli
privi di volonta' e da lui assolutamente dipendenti,
in modo tale da spingerli nelle imprese piu'
pericolose, non esluso l'omicidio. Il termine
assassini, con cui si indicavano in Europa
i componenti di questa devotissimo corpo armato
di vendicatori, derivava dall'arabo hashishen,
cioe' dediti all'erba. Hasan infatti dava
loro l'hashish per indurre estasi e visioni
fantastiche e, armandoli di pugnale, prometteva
che quelle gioie sarebbero diventate eterne
se essi avessero eseguito cio' che veniva
loro ordinato.
Il "Veglio
della montagna" di Marco Polo, invece,
aveva realizzato in una valle tra due montagne
"lo piu' bello giardino e 'l piu'grande
del mondo", fedele riproduzione terrena
dell'aldila' maomettano. Qui venivano fatti
svegliare, dopo un sonno estatico provocato
con un erba, i sicari scelti per le missioni
delittuose.
Si faceva loro credere che quello fosse il
vero paradiso di Allah, e che avrebbero potuto
viverci per sempre se solo avessero obbedito
a tutti gli ordini del "Veglio".
Gli assassini divennero in seguito le piu'
temute e combattive compagnie militari inquadrate
negli eserciti arabi che lottarono contro
i crociati. La loro dedizione divenne una
sorta di simbolo letterario dei trovatori
provenzali, che magnificavano la fedelta'
all'amata nell'amor cortese. Anche l'Ordine
dei Templari, istituito poco dopo il 1100
a protezione dei viaggi in Terra Santa, sembrerebbe
aver mutato simboli e modalita' associative
dagli assassini.
Il riferimento all'erba usata per plagiare
gli assassini e' presente nell'ottava novella
della terza giornata de Decamerone di Boccaccio.
Per intrattenersi con la moglie, un abate
faceva bere all'ingenuo marito, Ferondo, una
pozione fatta con "una polvere di meravigliosa
virtu', la quale nelle parti di levante avuta
avea da un gran principe, il quale affermava
quella solersi usare per lo Veglio della Montagna,
quando alcun voleva dormendo mandare nel suo
paradiso o trarlone" (1954, p.344).
L'uso
di una sostanza di nome benji, assai somigliante
alla canapa nell'aspetto e negli effetti,
ricorreva spesso anche negli intrighi narrati
dalla bella Sheherazade nelle Mille e una
notte.
Stranamente
essa serviva per addormentare mariti e allo
stesso tempo per ravvivare gli ardori e gli
slanci degli amanti.
Nel
mondo arabo la canapa tuttavia non rappresento'
soltanto lo strumento per assoggettare le
persone e per portare facilmente a termine
gli intrighi amorosi. L'hashish era infatti
la chiave di volta della mistica e della pratica
spirituale nel sufismo e dei dervisci, usata
per sopportare le lunghissime sedute di meditazione
e per sperimentare, nell'alterazione delle
facolta' mentali, il kif, la felicita' e il
riscatto eterno attesi dal credente. |

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La canapa indiana
nella cultura europea |
Il primo dettagliato resoconto europeo sull'uso
e sulle proprieta' della canapa e' di Franüois
Rabelais. Nel Gargantua compare infatti una
minuziosa descrizione rdell'erba chiamata
Pantagruelion_, che testimonia come l'autore
doveva avere una grande familiarita' con tale
pianta. Cio' dipendeva sicuramente dagli studi
di medicina fatti da Rabelais, ricordiamo
di passaggio che egli e' stato il primo a
tradurre in francese le opere di Ippocrate
e Galeno, ma anche dal fatto che il padre,
Antoine, coltivava la canapa nei suoi possedimenti
in Turenna.
Piu' tardi, nell'Ottocento, il mondo e la
cultura francese, riscoprendo l'hashish nelle
provincie dell'impero Ottomano conquistate
dalle truppe di Napoleone, elevavano la canapa
nell'olimpo delle sostanze psicotrope dove
prima regnava solitario l'oppio.
Le
estatiche volutta' ed il vacuo torpore, il
kif, cui si lasciavano abbandonare gli islamici
divenne presto esperienza comune tra i borghesi
e i giovani romantici parigini.
Nascevano
quindi circoli di fumatori d'hashish, luoghi
consacrati ad un nuovo culto laico. In un
vecchio edificio dell'isola di Saint-Louis,
nel cuore di Parigi, l'hotel Pimodan, si trovava
il "Club des Haschischins", forse
il piu' noto tra questi club. Vi convenivano
alcuni tra i maggiori letterati ed artisti
parigini dell'epoca, come Gerard de Nerval,
Th,ophile Gautier, Charles Baudelaire, Honor,
de Balzac, Boissard de Boisdenier, Honor,
Daumier. Dai vasti saloni di questo circolo,
i soci venivano idealmente trasportati nei
giardini fantastici del "Veglio della
montagna".
Raccontava
Gautier (1846/1979, p. 20) che era lo stesso
Jaques Joseph Moreau de Tour, "il"
dottore, capo indiscusso del bizzarro cenacolo
- mentore infaticabile dell'hashish -, a distribuire
con un mestolo un "pezzetto di pasta
o confettura verdastra" agli iniziati:
a dispensare una "porzione di paradiso".
Il gusto romantico dell'irrazionale e la nuova
sensibilita' decadente venivano cosi' saziati
con infinite sensazioni e imprevedibili trame
di sogno o di incubo, e l'immagine visionaria
e tormentosa del mondo propria dei movimenti
culturali cui quel gusto e quella sensibilita'
facevano riferimento, pur evocata dall'azione
stupefacente della droga, diventava finalmente
realta'.
Moreau
de Tours l'hashish e l'indagine della follia
da dentro
Non
solo teso alla ricerca dell'avventura psichedelica
e dell'evasione, era l'uso che Moreau de Tours
faceva dell'hashish. Egli aveva provato per
la prima volta l'hashish nel 1837, nel corso
di uno dei suoi molti viaggi in Oriente ed
aveva immediatamente deciso di utilizzarlo
"sperimentalmente", come una sorta
di sonda chimica per indagare la follia dal
di dentro.
Come scrive nel 1845 nel saggio Du haschisch
et de l'alienation , egli aveva visto
"nell'haschisch, o piuttosto nella sua
azione sulle facolta' morali, un mezzo potente,
unico, per esplorare le patologie mentali".
Moreau de Tours si era convinto che attraverso
l'haschisch "si potesse essere iniziati
ai misteri dell'alienazione, risalire alla
fonte nascosta di quei disordini cosi' numerosi,
cosi' vari, cosi' strani che si e' soliti
indicare col nome collettivo di follia".
(1845/1980, pp. 29-30).
Per compredere le straniate
architetture del pensiero folle bisognava
averci vissuto dentro, almeno per un momento,
ma senza perdere coscienza del delirio, mantenendo
la capacita' di osservare e giudicare le alterazioni
via via sopraggiunte. Secondo Moreau de Tours,
questo era possibile assumendo hashish. "Man
mano che l'azione dell'haschisch si fa sentire
con maggior forza si passa insensibilmente
dal mondo reale in un mondo fittizio, immaginario,
senza perdere tuttavia la coscienza di se';
cosi' che si potrebbe affermare che avvenga
una specie di fusione fra lo stato di sogno
e lo stato di veglia; si sogna da svegli."
(1845/1980, p. 172). Nel suo saggio egli dedicava
quindi oltre cento pagine all'analisi degli
effetti fisici e psicologici dell'hashish,
soffermandosi con cura puntigliosa sulle anomalie
alle funzioni psichiche normali che la resina
della canapa provocava.
In esse infatti Moreau de Tours scorgeva il
segno primordiale della follia, la fonte stessa
di ogni delirio e del sogno: indebolirsi del
libero arbitrio, azzeramento della volonta'
e retrocedere all'esercizio automatico delle
funzioni psichiche. L'assimilazione della
follia al sogno, gia' cara agli ideologues,
recuperava in vesti scientifiche, ed almeno
per quanto riguardava l'aspetto fenomenologico
di questi due processi psicologici, uno dei
temi piu' cari della letteratura romantica.
L'idea della follia come travaso del sogno
nella vita reale, proposta da un altro famoso
consumatore di hashish, Gerard de Nerval,
era infatti un luogo comune dell'immaginario
dell'epoca.
Guarire il male somministrando la sostanza
che provoca sintomi ad esso simili: questo
e' l'ineffabile razionale della medicina omeopatica.
Seguendo la stessa logica, dato che la resina
della canapa provoca quadri psicotici, Moreau
de Tours tentava la somministrazione dell'hashish
nella cura delle malattie mentali.
Castoldi (1994, p. 65) fa notare come cio'
suscito' gia' l'ilarita' di alcuni contemporanei
come il romanziere Esquiros, che in un articolo
del 1845 intitolato "De l'hallucination
et des hallucines" scriveva: "Abbiamo
avuto modo di seguire noi stessi ultimamente
l'impiego dell'haschisch su tre allucinati;
il risultato dell'assunzione di questa sostanza
e' stato quello di cambiare le visioni solite
di questi malati con altre visioni: il fatto
e' senz'altro curioso, ma ci sembra lontano
dall'essere concludente. Dislocare la natura
della follia non significa guarirla."
Dumas,
Gautier e Baudelaire
L'esperienza
dell'hashish ebbe una risonanza profonda nella
temperie culturale di meta' Ottocento. Essa
era descritta da straordinari interpreti della
narrazione e della poesia, come Dumas padre,
Gautier e Baudelaire. Il primo dava un notevole
contributo all'affermazione del fascino esotico
dell'hashish nella cultura francese col celebre
passaggio del Conte di Montecristo in
cui si racconta l'esperienza dell'hashish
di Franz d'Epinay.
"Il suo corpo sembrava acquisire una
leggerezza immateriale, la mente s'illuminava
in modo straordinario, i sensi sembravano
raddoppiare le loro facolta'; l'orizzonte
si dilatava sempre piu', ma non gia' quell'orizzonte
cupo su cui planava un vago terrore, e che
aveva contemplato prima di addormentrasi,
bensi' un orizzonte blu, trasparente, vasto,
con tutto cio' che il mare ha d'azzurro, con
tutti gli splendori del sole, con tutti i
profumi della brezza [...]
Segui' un sogno di volutta' incessante, un
amore senza tregua, come quelli promessi dal
Profeta agli eletti." (Dumas, 1962,
pp. 409-12). Gautier pubblicava dei reportage
("Le Hachich", Presse, 10 luglio,
1843; "Le Club des Hachichins" Revue
des deux mondes, 1846, 16, pp. 520-35, raccolti
e tradotti in italiano in Gautier, 1979) sulle
pratiche dei circoli dei fumatori d'hashish
e ritraeva minuziosamente le sensazioni e
le allucinazioni provocate dalla droga che
Moreau de Tours gli aveva procurato. Prima
il kif, l'estasi, la agognata liberazione
dall'io e dal corpo, le visioni fantastiche
straordinariamente dilatate nel tempo. Ma
subito dopo l'incubo, la disperazione e l'angoscia,
una gelida pietrificazione delle membra e
della volonta', la malefica trasfigurazione
dei compagni della tossica avventura, da comiche
maschere strepitanti di irrefrenabile riso,
in personaggi dalle fattezze mostruose e dai
modi terrorizzanti. Infine il buio dell'incoscienza,
prima del risveglio della ragione.
Gautier prendeva quindi una posizione critica
nei confronti dei molti sostenitori dell'uso
delle droghe a fini creativi. Nei Recits fantastiques,
egli rivendicava l'autonomia e l'autosofficienza
dell'artista nel processo creativo, affermando
che il vero letterato non gradisce che la
sua mente subisca l'influenza di un qualsiasi
agente, in quanto ad esso bastano i suoi sogni
naturali.
Questa posizione veniva condivisa anche da
Baudelaire, che piu' di ogni altro forse mise
in evidenza i pericoli, per l'arte e la letteratura,
provocati dalla sempre piu' diffusa dedizione
alle sostanze stupefacenti. Non esiste nessuna
chimica scorciatoia all'ispirazione poetica
e non e' possibile "creare il paradiso
con la farmacia", affermava Baudelaire
nelle appassionate pagine de I paradisi
artificiali. Secondo l'autore de Le
fleurs du mal, l'hashish costituiva indubbiamente
"uno specchio che dilata, ma un semplice
specchio".
Le allucinazioni che tale droga induceva,
infatti, erano assimilabili a quelle del "sogno
naturale", il sogno popolato dall'esistenza
quotidiana, "dai desideri, dai vizi,
combinati in modo piu' o meno bizzarro con
gli oggetti intravisti durante la giornata
e che si sono indiscretamente fissati sulla
vasta tela della memoria" (Baudelaire,
1979, p. 408). Alla banalita' del sogno naturale
e delle visioni drogate, Baudelaire opponeva
il carattare divino e rivelatorio del "sogno
assurdo, imprevisto, senza rapporto n
connessioni con il carattere, la vita e le
passioni del dormiente": il "sogno
geroglifico". Da quest'ultimo erompeva,
secondo Baudelaire, nei segni di un linguaggio
strutturato, ma ancora sconosciuto, la verita'
dell'essere, il fondo mistico della vita:
"Nell'ebbrezza dell'hascisch non v'e'
nulla di simile" (Baudelaire, 1979, p.
409). Ma non solo. Usare la droga per pensare
e creare meglio, inevitabilmente portava,
secondo Baudelaire, al non poter piu' pensare
e creare senza di essa.
Oltre al deterioramento delle facolta' psicologiche
l'hashish portava, secondo Baudelaire, alla
disgregazione e alla corruzione sociale, in
quanto i suoi particolari piaceri spingevano
all'ozio e all'isolamento. Colui che forse
meglio tra gli altri intellettuali conosceva
le magnetiche seduzioni delle droghe, rinnegava
cosi' un elemento fondamentale della sua "maledetta"
esistenza. Le pagine de I paradisi artificiali
sono comunque segnate da vistose e profonde
contraddizioni. Baudelaire infatti, pur denunciando
la nefasta azione delle droghe sulla coscienza,
sulla morale e sulla volonta', inneggiava
ai divini rapimenti prodotti dalle sostanze
psicoattive. Cio', tuttavia, non costituiva
un caso singolare della moderna esperienza
drogata. Ne I paradisi artificiali troviamo
infatti descritto in maniera penetrante e
paradigmatica l'atteggiamento ambivalente
dell'uomo della civilta' industrializzata
di fronte alle droghe, tra misticismo ed evasione,
tra sacro e voluttuario, tra fascinazione
e terrore. |

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Bibliografia |
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