Alter Ego
DROGA E CERVELLO

CAP I
Le Droghe nella Storia

A cura del Dott.
Stefano Canali
Copyright © 1996
Medol.
Tutti i diritti sono riservati.

Introduzione

Par. 1 - L'oppio e i suoi derivati -

Par. 2 - Le droghe stimolanti -

Par. 3 - Gli allucinogeni -

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Si ritiene comunemente che l'uso e l'abuso delle droghe siano problemi tipici della società contemporanea e che le droghe vengano usate nel tentativo di risolvere o di eludere le difficoltà. Questa convizione trova conforto nella attuale grande diffusione delle sostanze che modificano il funzionamento del sistema nervoso e modulano o controllano gli stati del cervello e della mente: psicofarmaci e droghe. Le indagini storiche, etnologiche e geografiche, hanno tuttavia dimostrato che la ricerca della manipolazione della coscienza, dell'alterazione degli stati della mente e del controllo del comportamento sono costanti della storia dell'umanità. Lo psicotropismo infatti si presenta, con metodologie e percorsi diversi, in tutte le epoche e a tutte le latitudini geografiche e sociali.
Attraverso le droghe l'uomo ha sempre cercato di curare il male, di fuggire gli affanni, le preoccupazioni, la tristezza, di rompere i vincoli della quotidianità, di acquisire una percezione mistica e giungere all'esperienza del sacro.
Ma quali sono le ragioni di un fenomeno così vasto e radicato nella storia dell'umanità? Perché l'uomo ricerca con tanto accanimento di agire sugli stati di coscienza e di modificare artificialmente i processi mentali, nonostante tutti i rischi e i danni che ciò comporta? La paradossalità dello psicotropismo forse si risolve se si tiene presente il fatto che l'uomo è un animale intelligente e dotato di coscienza. Vivendo l'esperienza della propria coscienza, l'uomo sembra portato a controllare gli stati mentali che percepisce, a riprodurre in maniera artefatta tonalità emotive piacevoli, a fugare - con ogni strumento valido al fine - le afflizioni e il dolore. In quanto essere intelligente, l'uomo intende controllare la sua coscienza con strumenti artificiali, le droghe, così come controlla con utensili da lui messi a punto i fenomeni naturali e le cose che maggiormente lo coinvolgono.


 Vai all'indice Par .1 - L'Oppio e i suoi derivati - 
L'oppio e' il succo lattiginoso, condensato all'aria, estratto per incisione dalle capsule non mature del Papaver somniferum album (papavero sonnifero). Il suo nome deriva dal termine greco opos: succo. L'oppio grezzo e' la sostanza base di tutti gli stupefacenti e contiene circa 20 tipi di alcaloidi, composti organici azotati dotati di elevata azione farmacologica a livello del sistema nervoso. Tra questi alcaloidi sono presenti alcune sostanze di diffuso uso clinico nella terapia del dolore e della tosse, come la codeina, la papaverina, la narcotina. L'alcaloide principale dell'oppio e' invece la morfina. Per le sue elevate proprieta' analgesiche, essa e' stata anche soprannominata la "medicina di Dio" e rappresenta tuttora il farmaco piu' usato nella terapia contro il dolore. La morfina e' stata anche la prima droga iniettabile e costituisce la base da cui si sintetizza uno degli stupefacenti piu' tossici e pericolosi: l'eroina.


Papaver somniferum
Dioscoride, Codex Vidobonensis (512 d.C.). Osterreische Nationalbibliotek, Vienna


Storia dell'Oppio

 L'uso dell'oppio e' attestato sin nei primi documenti scritti prodotti dall'uomo. Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, gia' nel 4000 a.C., il papavero da oppio, stava per pianta della gioia, dimostrando cosi' come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscevano bene le proprieta' euforizzanti del succo di tale pianta.
L'oppio veniva usato dagli Egizi come calmante per i bambini ed era l'ingrediente principale del pharmakon nepenthes che Elena versa nel vino durante il banchetto con Telemaco alla corte di Menelao, raccontato da Omero nell'Odissea (IV, 219-228).Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il dolore provocatole dal rapimento della figlia Persefone.
Per questa ragione, esso veniva usato nel culto ufficiale di tale divinita' e
il papavero veniva collocato immancabilmente tra le spighe di grano che Demetra tiene in mano nelle raffigurazioni, veniva usato nelle decorazioni dei suoi altari e costituiva l'insegna delle sue sacerdotesse.


Capsula di papavero da oppio e
attrezzature per il raccolto

Litografia anonima dell'Ottocento. Wellcome Institute for the History of Medicine, Londra

Il papavero e' spesso presente nelle mani di Morfeo, dio del sonno, mentre Nyx, dea della notte, dispensava papaveri agli uomini. In talune rappresentazioni, anche Hermes si fa avanti con un papavero, quando arriva a recare il sonno ristoratore e la fantasia dei sogni.
L'oppio era presente in moltissimi tipi di pozione (teriaca) messi a punto dai medici greci e romani. La teriaca piu' famosa ed usata era il galenos (soave) elaborata dal cretese Andromaco il Vecchio, medico alla corte di Nerone.
Il galenos era raccomandato come una infallibile panacea. Il piu' grande medico dell'antichita' romana, Galeno, prescriveva tale pozione diluita in alcool per una serie incredibile di disturbi, tra cui sintomi di avvelenamento, cefalee, problemi di vista, epilessia, febbre, sordita' e lebbra.
Con questa pozione, stemperata in abbondanti dosi di miele, Galeno curo' il piu' eminente dei suoi pazienti, l'imperatore Marco Aurelio, sino a farlo divenire dipendente dall'oppio, come testimoniano i resoconti clinici compilati dal medico.
L'oppio era un principio curativo fondamentale della farmacopea araba e da questa passo' quindi nella medicina europea. Il famoso alchimista Paracelso metteva a punto un preparato a base d'oppio destinato ad avere una straordinaria diffusione: il laudano.
A partire dal Cinquecento l'oppio diveniva d'uso comune nel nostro continente, come testimonia il fatto che tale sostanza si trasformava in una sorta di topos dell'immaginario occidentale, tanto che in letteratura il riferimento all'oppio costituiva una sorta di pretesto narrativo, una chiave simbolica, per l'analisi e la descrizione delle lotte umane contro le tristezze e le sofferenze, contro i ricordi angosciosi, ma anche un elemento fondamentale nell'invenzione e nello sviluppo del racconto di intrighi e illecite macchinazioni.
Nonostante la crescente diffusione dell'oppio, tuttavia, l'uso di tale droga non assunse mai livelli epidemici. Esistevano consumatori occasionali e sporadici, individui farmaco-dipendenti, ma socialmente accettati e capaci di mantenere una vita di relazione nei canoni della normalita' ed infine gruppi significativamente piccoli di tossicomani completamente dipendenti ed asserviti alla droga, ma che non rappresentavano un reale pericolo sociale, data la loro scarsa consistenza numerica.

L'era industriale e la sintesi in forma pura dei principi psicoattivi

Questa condizione doveva mutare con l'avviarsi della Rivoluzione industriale, quando l'oppio, ormai prodotto in larga scala, diveniva una merce acquistabile a basso prezzo. In Inghilterra, ad esempio, l'oppio veniva venduto a prezzi dalle cinque alle dieci volte piu' bassi di quelli della birra e dell'alcool. Gli inglesi disponevano delle enormi piantagioni d'oppio dell'India, la cui produzione, data la quantita' e dato il basso costo della manodopera, poteva essere commercializzata a prezzi estremamente concorrenziali. La grande disponibilita' d'oppio a basso prezzo determinava, soprattutto nella classe operaia, l'instaurarsi di un'epidemia d'abuso ancora piu' grave di quella dell'alcoolismo.
Gli interessi commerciali e l'avvio della produzione di farmaci a livello industriale favorirono allo stesso tempo un'impressionante proliferazione di rimedi a base d'oppio, largamente pubblicizzati e distribuiti capillarmente.
Sciroppi, cordiali e polveri dai nomi familiari ed accattivanti (lo sciroppo dolce della signora Winslow, l'elisir all'oppio di McMunn, il Cordiale Godfrey, lo Cherry di Ayer e cosi' via) e dalle confezioni appariscenti venivano reclamizzati su giornali e riviste, venduti per posta o direttamente dai medici, mentre nelle farmacie i preparati a base d'oppio rappresentavano il prodotto piu' acquistato.
Questa convergenza di interessi determinava quindi una rapida estensione del consumo dell'oppio e dei suoi derivati anche ai ceti sociali privilegiati. Negli Stati Uniti l'oppio diventava una sostanza d'abuso tipica della borghesia e soprattutto del sesso femminile. Stime ufficiali dell'Amministrazione Sanitaria della confederazione americana indicavano un rapporto variabile da uno a venti a uno a cento tra individui dipendenti da oppioidi e popolazione totale, laddove oggi tale rapporto negli Stati Uniti va da uno a duecento a uno a cinquecento.


Fig. 2: Fumeria d'oppio nella Parigi dell'Ottocento

L'oppiomania divenne un grave problema nell'Europa dell'Ottocento e molti intellettuali denunciarono i pericoli derivanti dall'uso del succo di papavero. Ne I paradisi artificiali , ad esempio, Baudelaire scriveva: "quanti cercano il paradiso con l'oppio si costruiscono un inferno, lo preparano, lo scavano con un successo la cui previsione forse li spaventerebbe"

 L'abitudine di fare uso dell'oppio si diffuse anche tra gli intellettuali e tra i letterati, soprattutto inglesi: George Byron, Percy Shelley, Walter Scott, John Keats, Wilkie Collins e Charles Dickens facevano ricorso, saltuario o sistematico, al laudano per curare i mal di capo, l'insonnia, l'ansia. I casi piu' famosi pero' sono quelli di Samuel T. Coleridge e soprattutto di Thomas De Quincey. Quest'ultimo ci ha lasciato un mirabile racconto autobiografico della sua esperienza di tossicomane, Le confessioni di un mangiatore d'oppio. Anche la cultura francese produsse originali posizioni sul problema dell'oppiomania (fig.2), come quelle illustrate da Honore' de Balzac nel racconto Massimilla Doni e quelle discusse da Charles Baudelaire nei famosi saggi raccolti ne I paradisi artificiali.
L'oppiomania della Rivoluzione industriale e' un esempio eloquente di come sia l'offerta delle droghe a creare la domanda, e non viceversa.
La facile disponibilita' di tale droga, sia in termini di diffusione al minuto che in termini di prezzo, contribui' in maniera determinante all'origine dell'epidemia d'abuso del secolo scorso.


La grande diffusione dell'uso dell'oppio nella societa' di quel periodo, infine, rendeva il dominio della normalita' sociale molto diverso da quello che vige nella cultura attuale. La gente considerava l'uso dell'oppio e l'oppiomania come comportamenti non devianti e i governi continuavano a sancire la piena legittimita' di tali abitudini. La grave epidemia d'abuso dell'oppio dell'Ottocento trasformava la produzione e il commercio di tale sostanza in un colossale affare. Cio' e' testimoniato eloquentemente dal fatto che proprio in quegli anni l'Inghilterra si decideva a scatenare una guerra contro la Cina per costringerla a ripristinare la legalita' dell'oppio revocata nel lontano 1729 dall'imperatore Yung Chiang.
L'espandersi dell'uso dell'oppio incito' a nuovi studi sulla sostanza.
Nel 1804, Armand Séquin isolava per la prima volta il costituente fondamentale di tale droga, chiamandolo morfina, in onore a Morfeo, dio greco del sonno e dei sogni. Un anno piu' tardi Wilhelm Setürner, un giovane speziale tedesco di soli vent'anni, metteva a punto un efficace ed economico metodo di isolamento e produzione della morfina.

 Nel 1853, Alexander Wood inventava la siringa ipodermica (Fig.3), rendendo cosi' possibile l'assunzione di droghe in forma pura direttamente nel circolo sanguigno. Si determinava cosi' una svolta radicale nel rapporto tra l'uomo e le droghe, in quanto l'iniezione endovena aumenta in modo drammatico l'azione delle droghe sul cervello. Il successo dell'accoppiata morfina-siringa diveniva ben presto tale che su di essa cominciava a svilupparsi una terapeutica dalla casistica praticamente sterminata. La morfina non era soltanto un rimedio alle patologie organiche, ma diventava anche un farmaco per le malattie sociali.
L'alcaloide dell'oppio doveva servire, secondo teorie mediche accreditate nella seconda meta' dell'Ottocento, a sconfiggere la piaga dell'alcolismo e a risolvere cosi' tutti i problemi sociali conseguenti a tale abuso. Non si doveva attendere molto per assistere alle prime tragiche dimostrazioni della pericolosita' dell'uso irrazionale della morfina iniettabile.

Fig. 3: La morfinomane

Eugene Grasset, Cromolitografia, 1897.
Biblioteca Jacques Doucet, Parigi


Durante la guerra di secessione americana (1861-1865) e con il conflitto franco-prussiano (1870-1871) decine di migliaia di militari divennero assuefatti alla morfina, tanto che la dipendenza a questa droga venne significativamente chiamata "malattia del soldato".
Gli ufficiali medici avevano purtroppo imparato a somministrare la morfina non soltanto come anestetico per le operazioni sui soldati feriti, ma anche per dare sollievo ai piu' piccoli malanni fisici e al disagio psicologico provocato dalla tensioni delle battaglie. La guerra franco-prussiana diffondeva la pratica della morfina anche tra lo stato maggiore dell'esercito tedesco e quindi tra le classi piu' agiate del Secondo Reich, sino al cuore dell'intellighenzia.
Il musicista ufficiale del regime, Richard Wagner, e l'artefice dell'unificazione nazionale, paladino del militarismo prussiano e cancelliere del Reich Otto von Bismarck, erano consumatori abituali di morfina. La moda della morfina si radicava anche in Francia, soprattutto tra i ceti medio alti. Il derivato dell'oppio faceva adepti tra intellettuali, scienziati, uomini di stato. Il generale Georges Boulanger, ministro della guerra nella Terza Repubblica francese e capo del movimento nazionalista e autoritario del boulangismo, era stato visto varie volte iniettarsi morfina in pubblico. Guy de Maupassant usava la morfina a scopo voluttuario e per stimolare la creativita'. Negli ultimi anni della sua vita, il grande neuropatologo e maestro di Sigmund Freud, Jean-Martin Charcot, si iniettava una dose di morfina al giorno per trovare sollievo da una lombaggine cronica. Jules Verne ricorreva alla morfina per ridurre il dolore che gli provocava una pallottola conficcata nel piede che non poteva estrarre a causa del diabete che lo affliggeva.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la morfina assurgeva a simbolo caratterizzante la cerchia elitaria di esteti e raffinati decadenti e per estensione degli intellettuali in genere. Si fabbricavano astucci d'argento ornati da emblemi, incisioni, stemmi e iniziali di famiglia, contenenti il necessaire per la somministrazione della droga: una siringa d'oro ed un grazioso flacone di vetro intarsiato. I morfinomani della buona societa' si regalavano l'un l'altro questi preziosi strumenti scegliendoli con grande cura ed attenzione. Non era difficile incontrare nei caffé, al teatro, negli angoli dei salotti alla moda, dame e signori del bel mondo che si iniettavano con fare disinvolto la morfina in una coscia, anche attraverso gli indumenti.
Cosi', la «medicina di Dio» si era rivelata essere anche un potenziale veleno, il germe portatore di una delle piu' gravi epimedie della storia moderna, la causa scatenante di una piaga sociale apparentemente insanabile.
Occorreva pertanto trovare un farmaco parimenti efficace contro il dolore, che non provocasse pero' la dipendenza. Questa ricerca rappresentava un nuovo colossale affare commerciale e le maggiori industrie chimico-farmaceutiche dell'epoca investirono su di essa ingenti quantita' di denaro. Nel 1898, la Bayer annunciava al mondo di essere finalmente pronta a commercializzare questo farmaco miracoloso. Il lancio del nuovo prodotto veniva preparato con una massiccia e capillare campagna pubblicitaria. Foglietti illustrativi, depliant e campioni gratuiti della sostanza vennero inviati praticamente a tutti i medici e a tutte le farmacie dei paesi industrializzati. «Contro tutti i dolori, sedativa della tosse, per la cura dei tossicomani», cosi' recitava il foglietto inviato con il campione. Era la diacetilmorfina, il cui nome commerciale, Eroina, derivava dalla parola tedesca heroisch, energico, eroico, che piu' caratterizzava, secondo la Bayer, questo farmaco potente e apparentemente privo di controindicazioni.

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2.1 Coca e Cocaina

I metodi di datazione applicati su reperti archeologici scoperti nelle Ande centrali, testimoniano come l'uomo abbia cominciato a masticare le foglie di coca, da cui si estrae la cocaina, in epoche precedenti al 2500 a.C.
La pianta della coca ha avuto un'importanza enorme per tutte le civilta' andine. Cio' e' testimoniato dal fatto che essa era protagonista principale di tutti i moltissimi miti d'origine con i quali si raccontavano le vicende leggendarie della fondazione delle varie civilta' andine. La coca costituiva inoltre la pianta per eccellenza, la classe paradigmatica dell'intero regno vegetale, come attestavano i significati stessi della parola. Nel linguaggio della civilta' Tiahuanaca, ad esempio, la parola coca significava semplicemente pianta o albero.
La coca aveva un posto particolare nell'olimpo Incaico. Essa era il dono che il dio Sole aveva fatto a suo figlio, Manco Capac, mitico fondatore dell'impero Inca, per alleviare le sofferenze umane ed infondere vigore alla nuova civilta'.
Dato il carattere sacrale della coca, la consuetudine e le leggi incaiche ne limitavano l'uso all'aristocrazia imperiale e alla potente casta sacerdotale. Sino all'arrivo degli spagnoli, pertanto, la popolazione poteva consumare la coca soltanto in occasione di particolari riti religiosi e per scopi terapeutici. Nel 1532, con la caduta dell'impero Incaico per mano degli eserciti spagnoli guidati da Francisco Pizarro, la situazione doveva mutare radicalmente. Con l'uccisione dell'ultimo imperatore incaico, Atahualpa, gli indios dell'impero cominciavano a fare libero uso della coca, tanto che, sin dai primi resoconti che gli storici e i cronisti spagnoli pubblicavano sulla nuova provincia, e' costante il riferimento all'estrema diffusione del consumo di coca e al fatto che gli indigeni considerassero la coca una ricchezza inestimabile, tanto da preferirla all'oro.
Gli spagnoli usarono dunque la coca come compenso per il massacrante lavoro nelle miniere e nelle piantagioni degli Incas schiavizzati. Le complicanze sull'organismo prodotte dall'abuso generalizzato di coca amplificarono la mortale azione delle armi e dei virus europei per i quali gli indigeni non avevano alcuna resistenza immunitaria, accelerando il gia' rapido processo di eliminazione degli indios da parte degli spagnoli.

Coca e bevande toniche

I primi seri studi di tossicologia e sull'uso della coca in clinica iniziavano nella seconda meta' dell'Ottocento, con la pubblicazione di un'importante opera di Paolo Mantegazza, un eclettico professore italiano di patologia generale ed antropologia, intitolata Sulle virtu' igieniche e medicinali della coca e degli alimenti nervosi in genere. Il Saggio conobbe un successo straordinario in tutta Europa e divenne il maggiore veicolo di promozione del potente stimolante nella societa' occidentale. Ispirandosi all'opera di Mantegazza, un chimico farmacista corso, Angelo Mariani, ideava nel 1863 una bevanda preparata con coca sciolta in vino: il Vin Mariani (Fig.5).
Questa bibita tonificante veniva usata anche in medicina, perché si pensava capace di sollevare il morale ai depressi e di curare praticamente ogni tipo di disturbo fisico, dal mal di gola alle affezioni nervose,dall'impotenza all'insonnia, dall'anemia alle febbri, finanche ai morbi di tipo contagioso.
La bevanda acquistava immediatamente una popolarita' clamorosa, annoverando tra i suoi acquirenti personalita' famose del mondo dell'arte e della cultura, come Emile Zola, August Rodin, Charles Gounod, Alexandre Dumas figlio, Paul Verlaine, Jules Verne, Heinrik Ibsen, Thomas Alva Edison, della politica, come Ulysses Grant, presidente degli Stati Uniti, come lo zar di Russia e il Principe di Galles. Mariani era ritenuto un benefattore dell'umanita', tanto che papa Leone XIII regalava al chimico corso una medaglia d'oro in segno di riconoscenza.
Il successo mondiale del Vin Mariani spingeva l'artigianato e l'industria chimico-farmaceutica a mettere a punto un preparato capace di trarre profitto dal ricchissimo mercato creato dal tonico francese. Fu un farmacista americano di Atlanta, John Styh Pemberton, a commercializzare nel 1885 la prima bevanda in concorrenza con il Vin Mariani, il French Wine Coca.
L'anno successivo Pemberton modificava il suo preparato eliminando l'alcool e aggiungendo estratto di noce Kola - una sostanza ricca di caffeina -, oli di agrumi e dolcificanti. Il nuovo analcolico (soft drink) era destinato, secondo la pubblicita' che ne accompagno' l'immissione sul mercato, «agli intellettuali e agli alcolisti in astinenza»: il suo nome commerciale era Coca Cola. Sino al 1903, anno in cui il governo federale statunitense imponeva la decocainizzazione delle foglie di coca usate per la preparazione, la cocaina fu un ingrediente della Coca Cola.


Fig. 5: Manifesto pubblicitario del Vin Mariani

L'eccezionale campagna pubblicitaria che accompagno' la commercializzazione del Vin Mariani mirava non solo a far conoscere la bevanda, ma anche a provare la "realta'" delle straordinarie virtu' del tonico attraverso le autorevoli e favorevoli testimonianze delle grandi personalita' che l'avevano usato. Per raccogliere e rendere noti ai consumatori questi testimonial, Mariani comincio' a pubblicare, dal 1891, una elegante serie di quattordici Album. In essi erano presenti i ritratti e le autografe attestazioni di gratitudine che la gente illustre gli aveva inviato.
Gentilmente concessa dall'editore Casamassima, Udine


Dalla Coca alla Cocaina

Nella storia dell'uso delle foglie di coca non si trovano, eccetto che per il consumo coatto imposto agli indios dai conquistadores, testimonianze di abuso e di problemi di una certa rilevanza sociale (nella sanita' e nell'ordine pubblico) connessi all'utilizzo della pianta peruviana. Tali problemi invece apparivano drammaticamente a partire dal 1860, quando Albert Nieman, un chimico di Göttingen, riusciva ad isolare l'alcaloide principale delle foglie di coca, la cocaina. La disponibilita' della cocaina in forma pura facilitava anche le ricerche medico-scientifiche e l'impiego in clinica, soprattutto nel settore delle malattie mentali. Fiorirono cosi' una serie di bizzarre proposte per l'utilizzo "razionale" del potente stimolante. In Francia, alla fine degli anni settanta, si consigliava la somministrazione della cocaina agli operai per l'aumento della produzione nelle fabbriche.
Negli Stati Uniti si usava curare l'esaurimento nervoso e persino la timidezza con dosi di cocaina. Nel 1878, il dottor Bentley suggeriva di utilizzare la cocaina per la disintossicazione dei morfinomani. La pratica del dottor Bentley trovava purtroppo vasta applicazione, soprattutto negli Stati Uniti, dove peraltro veniva estesa al recupero degli alcolisti, producendo infallibilmente nei pazienti la conversione della dipendenza dagli oppioidi (e dall'al-cool) al farmaco stimolante. Agli inizi degli anni '80, in Germania furono condotti studi sulle proprieta' stimolanti ed anoressizzanti della cocaina somministrandola di nascosto ai soldati. Lo Stato Maggiore tedesco sperava di trovare una sostanza in grado di migliorare il morale, l'efficienza e la resistenza delle truppe alla fatica e alla fame, in modo facile, sicuro e relativamente economico.
Tali pericolose teorie erano ben conosciute e condivise da Sigmund Freud e lo spingevano a sperimentare, entusiasmandosene, gli effetti della cocaina su se stesso.
Nel suo famoso saggio Sulla cocaina, pubblicato nel 1884, il padre della psicanalisi raccontava come dal 1864 avesse cominicato a fare uso di cocaina per combattere i suoi ricorrenti stati depressivi. L'ingenua fiducia nel nuovo farmaco era tale da indurlo a regalare la cocaina alla sua fidanzata, Marthe Bernays e a consigliare il suo uso come farmaco disintossicante a un caro amico, il patologo Ernst Fleischl, divenuto morfinomane in seguito ad una lunga terapia del dolore.
Dopo aver trovato iniziale giovamento, Fleischl sviluppo' una fortissima dipendenza alla cocaina, sino ad aver bisogno di dosi eccezionali, cento volte superiori a quelle usate nei normali trattamenti: un grammo al giorno che si autosomministrava per iniezione sottocutanea. Fleischl cominciava quindi ad avere spaventosi episodi paranoidei: allucinazioni e deliri che aveva sperimentato talvolta anche Freud, nei quali terrorizzato ed impotente doveva lottare contro i morsi e le aggressioni di miriadi di insetti sopra e sotto la pelle.
I racconti delle angoscianti allucinazioni sensoriali di Fleischl costituiscono il primo resoconto di un sintomo classico del cocainismo, la zoopsia, eufemisticamente indicata come "sintomo delle bestioline". I deliri di Fleischl divennero sempre piu' frequenti, sino a renderlo vittima di una delle prime forme documentate di psicosi cocainica.
La triste esperienza di Fleischl accomunava presto folte schiere di ex-morfinomani e nuovi drogati, facendo finalmente spegnere l'acritico entusiasmo della comunita' medica.
L'epidemia dell'abuso si diffuse quindi tra gli intellettuali, dato che la cocaina veniva ritenuta una sostanza capace di amplificare le capacita' critiche e creative. Scritto in tre giorni e tre notti da un autore dedito all'uso dei piu' diversi farmaci, Robert L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr Hyde, e' forse l'opera letteraria piu' famosa redatta sotto l'effetto di cocaina.
Il famosissimo Sherlock Holmes, immaginario detective dei gialli di Conan Doyle, al quale il suo ideatore faceva consumare notevoli quantita' di cocaina, diede un indiscutibile contributo alla propaganda di questa droga.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la moda della cocaina guadagnava consensi sempre piu' vasti anche al di fuori delle elite intellettuali, soprattutto negli Stati Uniti. Nelle grandi metropoli europee e americane si inauguravano ritrovi per il consumo di cocaina. La cocaina, come la morfina, si consumava poi durante le feste private e nel buio delle platee dei teatri. La cocaina conquistava nuovi adepti anche nelle classi lavoratrici. I conduttori di mezzi di trasporto pubblico o le guardie notturne lo usavano per sopportare il sonno durante i turni di notte. Per le stesse ragioni, la cocaina diveniva sostanza d'abuso nel variegato mondo del popolo della notte. La assumevano scassinatori, prostitute, giocatori d'azzardo, frequentatori di locali piu' o meno alla moda.
Negli stati meridionali dell'unione americana la cocaina costituiva una parte del compenso elargito ai negri raccoglitori di cotone. In Europa l'abuso di cocaina trovava in Francia la sua patria adottiva. Nel 1924 nella sola Parigi si contavano almeno 80.000 cocainomani. Nel 1914, un'indagine epidemiologica pubblicata sul Journal de Médicine française rivelava che almeno meta' delle prostitute di Monmarte era dipendente dalla cocaina. Molti tra i dadaisti e i surrealisti francesi erano dediti a tale droga. La cocaina servi' purtoppo a qualcuno di loro per darsi la morte.
La cocaina dunque era divenuta un grande affare commerciale e, attirando conseguentemente gli interessi della malavita, si era trasformata in una grave minaccia per l'ordine pubblico. A partire dagli inizi del Novecento, le autorita' dei vari stati americani cominciarono a prendere seri provvedimenti restrittivi e ad iniziare una vigorosa campagna educativa nelle scuole e presso gli eserciti.
L'atteggiamento degli Stati Uniti veniva presto imitato a livello internazionale. Il documento elaborato per la «Convenzione dell'oppio» all'Aja dalla Societa' delle Nazioni, nel 1912 e nel 1914, sanciva infatti la messa al bando della cocaina e restringeva la liceita' del suo uso esclusivamente alle applicazioni mediche e alla ricerca.

2.2 Le amfetamine

La storia delle amfetamine e' piuttosto recente rispetto a quella delle altre sostanze psicotrope che abbiamo gia' illustrato. Le amfetamine, infatti, vennero sintetizzate verso la meta' degli anni trenta da un chimico di Los Angeles, Gordon Alles. Tali sostanze dovevano costituire un sostituto sintetico dell'efedrina, un principio farmacologico naturale della pianta Efedra molto efficace nella cura dell'asma, ma di difficile estrazione.
Le amfetamine, poste liberamente in vendita alla fine degli anni trenta in confezioni con inalatore, ebbero immediatamente un successo commerciale, non solo per la loro efficacia nel trattamento delle affezioni asmatiche, ma soprattutto per le proprieta' stimolanti, la cui conoscenza si diffuse immediatamente, in special modo nel mondo degli studenti americani. Questi ultimi avevano imparato ad assumere il farmaco per vincere il sonno durante la preparazione agli esami.
In quegli anni le amfetamine venivano prescritte come antidepressivi e per la cura degli "esaurimenti nervosi". La potente azione anoressizzante, inoltre, veniva utilizzata per la produzione di farmaci per le cure dimagranti. Vennero dunque messe a punto numerosissime "pillole dietetiche", la cui pubblicita' comincio' ad invadere non solo le riviste di medicina ma anche i rotocalchi a larga diffusione. Cio' determinava, agli inizi degli anni cinquanta, una grave e particolare forma di epidemia d'abuso, con moltissimi casi di persone diventate dipendenti all'amfetamina nel corso di cure dimagranti, ed induceva i governi dei paesi occidentali a regolamentare la produzione e il commercio di farmaci a base di amfetamine.

Le amfetamine e la seconda guerra mondiale

La prima grave epidemia d'abuso, in realta', si era verificata durante la seconda guerra mondiale. Le pillole a base di amfetamine venivano infatti distribuite ai soldati, specialmente ai piloti, per aumentarne l'efficienza e sostenerne il morale. Secondo alcune stime, circa il 10% delle truppe inquadrate nell'esercito americano era dedito all'uso cronico e pesante di amfetamine. Tra i soldati dei corpi speciali e tra i prigionieri di guerra tale percentuale si alzava sino al 25%. I tedeschi distribuirono agli alleati giapponesi dell'Asse grandissime quantita' di amfetamine, esportando verso l'Impero del Sol Levante anche le conoscenze e le tecnologie necessarie allo loro sintesi.
A differenza dei tedeschi, pero', i giapponesi distribuivano le amfetamine soprattutto alla popolazione civile, nelle fabbriche di munizioni e materiale bellico, per aumentare la produttivita'.
"Ammine della veglia" fu il nome dato dai giapponesi a queste sostanze e che indicava sinteticamente i loro effetti piu' manifesti ed apprezzati.
Alla fine della guerra, le industrie farmaceutiche nipponiche cercarono di vendere le enormi scorte di amfetamine accumulate con anni di produzione esasperata, attraverso una martellante campagna pubblicitaria, che decantava l'efficacia di queste droghe nei casi di depressione, sonnolenza, stanchezza cronica, obesita'. La campagna pubblicitaria ebbe un grande successo in quanto sfruttava scientificamente il diffuso stato di frustrazione e sfiducia che si era impadronito del paese, soprattutto dei giovani, in seguito alla sconfitta militare, proponendo un rimedio estremamente economico, rapido e potente. Con gli inizi degli anni '50, quindi, scoppiava in Giappone una vera epidemia dell'abuso di amfetamine.
Una statistica del 1950 rivelava che circa il 5% della popolazione compresa tra i 16 e i 25 anni era costituita da tossicodipendenti dediti all'uso di amfetamine. Un'altra statistica del 1954, invece, dimostrava che su sessanta omicidi commessi nel paese, trentuno erano in qualche modo in rapporto piu' o meno diretto con l'abuso di tali sostanze.

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3.1 La Canapa Indiana

La canapa indiana (Cannabis indica) e' una pianta comune largamente diffusa nelle zone tropicali e temperate della terra. Dalla canapa indiana si traggono la marijuana e l'hashish, sostanze con blanda azione euforizzante ed allucinogena. La marijuana e' una miscela delle foglie, dei fiori e degli steli della canapa indiana, mentre l'hashish rappresenta la resina della cannabis estratta dal polline dei suoi fiori. L'hashish possiede effetti stupefacenti molto piu' forti rispetto alla marijuana in quanto la resina del polline contiene una percentuale di principi psicoattivi, i cannabinoli, piu' elevata di quella propria della pianta al naturale.

Dalla preistoria agli "assassini"

Si suppone che l'uso della canapa indiana cominci in eta' neolitica nei territori situati a sud ovest del Mar Caspio e corrispondenti all'attuale Afghanistan. La conoscenza della canapa si sarebbe da qui diffusa verso la Cina, dove il suo uso e' documentato nel Rhyya, un trattato cinese di botanica del XV secolo a.C. Nel trattato farmacologico risalente al leggendario imperatore Shen Nung, la canapa veniva descritta come sedativo e panacea. Il testo indiano Atharveda indicava la canapa come elemento magico e medicinale.
In India la canapa era ritenuta di origine divina, in quanto derivava dalla metamorfosi dei peli della schiena di Visnu'.
Come tutti gli oggetti sacri essa possedeva vari epiteti tra i quali quello di Vijahia (fonte di felicita' e successo) e di Ananda (che produce la vita). La canapa era coltivata dai bramini negli orti dei templi e serviva alla preparazione di un infuso chiamato bhang, che assunto in determinate occasioni rituali favoriva l'unione con la divinita'.
Gli Assiri bruciavano una sostanza chiamata qunnabu nei loro templi, mentre Caldei e Persiani la conoscevano rispettivamente col nome di kanbun e di kenab. Nell'Avesta persiano la canapa occupava il primo posto in una lista di migliaia di sostanze terapeutiche.
Nel mondo islamico la canapa era tenuta in grandissima considerazione. Hashish in arabo significa erba, anzi e' l'erba per eccellenza, come se l'attivita' psicotropa della pianta costituisse la chiave definitoria dell'intero regno vegetale.
La canapa e' stata protagonista della vicenda leggendaria del "Veglio della Montagna" e della feroce setta dei suoi assassini, che Marco Polo riprendeva con alcune varianti nel Milione, una storia che ha stimolato per secoli l'immaginario occidentale, soprattutto quello dell'epoca Romantica. In essa si raccontava di come l'imam Hasan, infallibile ed onnipotente capo della citta' fortezza di Alamut si servisse dell'hashish per arruolare dei giovani e renderli privi di volonta' e da lui assolutamente dipendenti in modo tale da spingerli nelle imprese piu' pericolose, non escluso l'omicidio. Il termine assassini, con cui si indicavano in Europa i componenti di questo devotissimo corpo armato di vendicatori, e quindi per estensione gli autori di omicidio, derivava dall'arabo hashishen, cioe' dediti all'erba.

L'hashish e l'indagine sulla follia

L'uso voluttuario della canapa veniva introdotto in Europa (soprattutto in Francia), nell'Ottocento, in seguito alla conquista delle provincie dell'impero Ottomano da parte delle truppe napoleoniche. Gli estatici abbandoni ed il vacuo torpore, il kif, cui si lasciavano andare gli islamici e divennero presto esperienza comune tra i borghesi e i giovani romantici parigini. Nascevano quindi circoli di fumatori d'hashish, luoghi consacrati ad un nuovo culto laico. Il «Club des Haschischins» era forse il piu' noto di questi. Vi convenivano alcuni tra i maggiori letterati ed artisti parigini dell'epoca, come Gérard de Nerval, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac.


Fig. 7: L'accenditrice di narghile'

Jean-Leon Gerome, olio su tela, 1898. Collezione privata.
Il fumo della canapa, che gli europei avevano riscoperto con le conquiste coloniali nel Nord Africa ed in medio Oriente, divenne una pratica piuttosto diffusa nella buona societa' dell'Ottocento, soprattutto in quella francese.

Diverso era l'approccio che caratterizzava l'altro famoso cenacolo dei fumatori di hashish (Fig. 7), quello di cui era capo indiscusso il medico Jacques Joseph Moreau de Tours. In questo circolo l'hashish era usato "sperimentalmente", come una sorta di sonda chimica per indagare la follia dal di dentro.
Nel saggio Du haschisch et de l'aliénation del 1845, Moreau de Tours scriveva di aver visto «nell'haschisch, o piuttosto nella sua azione sulle facolta' morali, un mezzo potente, unico, per esplorare le patologie mentali». Cio' perché, per comprendere le straniate architetture del pensiero folle, bisognava averci vissuto dentro, almeno per un momento, ma senza perdere coscienza del delirio, mantenendo la capacita' di osservare e giudicare le alterazioni via via sopraggiunte. Secondo Moreau de Tours, questo era possibile assumendo hashish.

 

3.2 Piante allucinogene del sud America


Fig. 8: Statuetta messicana che rappresenta una donna sciamano con fungomagico

La sacralita' della Psylocibe mexicana, e' attestata dal gran numero di ritrovamenti di statuette simili a quella raffigurata.

 Molto antica e' anche la storia dell'uso religioso del fungo magico del Messico e dell'America centrale (Psylocibe mexicana Fig.8) in cui sono presenti due potenti sostanze allucinogene, la psilocibina e la psilocina, straordinariamente simili nella struttura chimica all'LSD.
Teonanacatl e' il nome indio di questo fungo e significa carne di dio, perché i sacerdoti messicani pensavano che esso permettesse di entrare in comunicazione con gli dei e di acquisire facolta' magiche e curative. L'idea dello Psylocibe come veicolo di un viaggio a ritroso verso una grandezza e una ricchezza perdute e' ancora oggi comune in alcuni riti degli Indiani mazatechi e zapotechi.
Gli aztechi, invece, ritenevano sacro il
cactus peyote (Fig. 9), la pianta da cui si ricava un allucinogeno naturale, la mescalina, la cui ingestione da' effetti simili a quelli dell'LSD. I mescaleros, cosi' i conquistadores spagnoli chiamarono gli indios del Centro America, avevano fatto dell'assunzione di peyote il fulcro dei cerimoniali religiosi.

L'esperienza di trascendenza e di illuminazione che questa sostanza e' capace di dare costituisce ancora oggi un elemento centrale della cultura religiosa di alcune tribu' indiane d'America. I sacerdoti del Peyotismo non impongono nessun dogma specifico ai fedeli, poiché ritengono che ciascuno puo' entrare in comunione con Dio tramite la "grazia" che da' l'ingestione del peyote. Il peyotismo e l'uso rituale del peyote e del fungo psylocibe sono il tema fondamentale di alcune delle opere piu' famose di un antropologo brasiliano, Carlos Castaneda: A scuola dallo stregone, Una realta' separata e Viaggio a Ixtlan. Piuttosto che illustrare in maniera oggettiva i risulati di una ricerca scientifica condotta sul campo, esse tuttavia rappresentano una ingenua ed acritica apologia della mistica e dell'irrazionale, tanto che Castaneda e' diventato una sorta di guida spirituale per la ribellione antintellettualistica condotta da molti giovani negli anni della contestazione del '68.

La mescalina ispirava un'altra opera letteraria di grande fortuna: Le porte della percezione, scritta da Aldous Huxley, l'autore de Il mondo nuovo. Egli riteneva che la mescalina fosse il mezzo piu' efficace per gettare luce su quelle zone della coscienza umana che la cultura occidentale, cosi' improntata alla razionalita', aveva messo in ombra. Per tale ragione, egli accettava di fare da cavia agli esperimenti con cui gli psichiatri Humphry Osmond, John Smythies e Abraham Hoffer stavano indagando la possibilita' di studiare i meccanismi biologici della schizofrenia attraverso l'induzione di psicosi sperimentali con mescalina. Le porte della percezione narrano le esperienze e raccolgono le riflessioni suscitate dai viaggi allucinati condotti da Huxley sotto l'effetto della mescalina.


Fig. 9: Cactus peyote (Lophophora williamsi)

In seguito alla loro conversione al Cristianesimo, le popolazioni del centro America hanno incorporato il culto del peyote nei rituali cattolici. Nel 1918, questo singolare sincretismo, che ancora oggi viene praticato, e' stato proclamato ufficialmente Chiesa indigena americana.

3.3 Gli allucinogeni di sintesi

Le metossiamfetamine

Tra gli allucinogeni di origine naturale, la mescalina e' sicuramente la sostanza meno attiva. Negli anni '60, l'interesse sorto in ambito psichiatrico intorno alla mescalina diede un forte impulso alle ricerche chimiche e farmacologiche tese a potenziare gli effetti del principio attivo del peyote. Nascevano cosi' le metossiamfetamine. Le prime metossiamfetamine hanno conosciuto una grandissima diffusione nel movimento hippy, soprattutto tra gli hippies di quello che era il centro mondiale della produzione di nuove sostanze psicoattive e dell'esplorazione dei loro effetti, San Francisco. Una tra queste, la 2,5-Dimetossi-4-metilamfetamina (DOM), cento volte piu' potente della mescalina, era stata soprannominata STP, abbreviazione di serenita', tranquillita', pace, ma anche chiaro riferimento ad un noto additivo della benzina usato per dare piu' potenza al motore.
Il tramonto della cultura psichedelica hippy e l'avvento di quella efficientistica e piu' "effimera" degli yuppies determinava quindi il declino dell'uso delle sostanze allucinogene. La trasformazione del mercato delle sostanze psicotrope impose cosi' all'industria chimica illegale la produzione di droghe capaci di aumentare la vigilanza e la consapevolezza del sé senza produrre effetti psicotici e distorsioni percettive. La piu' tristemente famosa di queste sostanze e' l'MDMA, nota come ecstasy. Una droga che ha raggiunto il massimo della popolarita' negli anni '80, in quella parte della popolazione giovanile che ha assimilato le istanze e gli stereotipi piu' deteriori - soprattutto per quanto riguarda le pratiche di aggregazione sociale - proposti da alcuni nuovi modelli culturali.
L'ecstasy e' cosi' diventata una sostanza molto usata tra quelli che maniacalmente cercavano e cercano l'esasperazione del divertimento nelle discoteche, nelle feste private e nei locali notturni, perché conferisce euforia e possiede una potente azione eccitante. Al suo uso non e' certo disgiunta la drammatica crescita della mortalita' sulle strade del sabato sera.

LSD: la dietilamide dell'acido lisergico

Nella grandissima varieta' delle sostanze allucinogene, la dietilammide dell'acido lisergico, o piu' brevemente LSD (Fig.10), e' sicuramente la piu' conosciuta. Essa e' stata la prima droga psichedelica ad incidere in maniera profonda sulla cultura e sull'immaginario del mondo occidentale. Intorno all'esperienza psicheledica prodotta dall'LSD, infatti, si originarono alcuni tratti fondamentali della "metafisica" e, in certi casi, della mistica che animava la rivolta hippy e che sul finire degli anni '60 si diffuse da San Francisco in tutti i paesi industrializzati. Il 16 aprile 1943, Albert Hofmann, un chimico dei laboratori Sandoz, ingerendo accidentalmente l'LSD nel corso di esperimenti sull'attivita' farmacologica dei derivati dell'acido lisergico, veniva colto da allucinazioni, da un flusso ininterrotto di vivide visioni, immagini distorte, giochi caleidoscopici di colori, forme grottesche, durato qualche ora.

Egli aveva scoperto casualmente le straordinarie proprieta' psichedeliche dell'LSD.
Uno dei primi utilizzi dell'LSD (Fig.10) tentati in medicina fu quello in ambito psichiatrico. Esso venne usato con l'intento di rendere conscio l'incoscio, ma anche, come nel caso degli altri allucinogeni, quale strumento per indurre delle psicosi sperimentali e studiare quindi i meccanismi della malattia mentale. Agli scarsi successi terapici, tuttavia, si accompagnava una straordinaria e rapida diffusione nel consumo voluttuario di LSD.


Fig. 10:

Pannocchia di granturco infestata da Claviceps purpurea, fungo da cui si estrae l'acido lisergico, sostanza base la sintesi dell'LSD

L'LSD diveniva in breve una bandiera ideologica, il simbolo dell'anticonformismo e del rifiuto dei valori della cultura occidentali.
Secondo gli hippies e i ragazzi della beat generation, l'LSD doveva servire a promuovere quella rivoluzione psichedelica che avrebbe finalmente liberato la coscienza e i comportamenti dai legacci dell'educazione all'individualismo e del pensiero raziocinante imposti come norma dalla societa' occidentale.

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