L'oppio
e' il succo lattiginoso, condensato
all'aria, estratto per incisione dalle
capsule non mature del Papaver somniferum album
(papavero sonnifero). Il suo nome
deriva dal termine greco opos: succo.
L'oppio grezzo e' la sostanza base
di tutti gli stupefacenti e contiene
circa 20 tipi di alcaloidi, composti
organici azotati dotati di elevata
azione farmacologica a livello del
sistema nervoso. Tra questi alcaloidi
sono presenti alcune sostanze di diffuso
uso clinico nella terapia del dolore
e della tosse, come la codeina, la
papaverina, la narcotina. L'alcaloide
principale dell'oppio e' invece la
morfina. Per le sue elevate proprieta'
analgesiche, essa e' stata anche soprannominata
la "medicina di Dio" e rappresenta
tuttora il farmaco piu' usato nella
terapia contro il dolore. La morfina
e' stata anche la prima droga iniettabile
e costituisce la base da cui si sintetizza
uno degli stupefacenti piu' tossici
e pericolosi: l'eroina. |

Papaver
somniferum
Dioscoride, Codex Vidobonensis
(512 d.C.). Osterreische Nationalbibliotek,
Vienna
|
Storia dell'Oppio
L'uso
dell'oppio e' attestato sin nei primi
documenti scritti prodotti dall'uomo.
Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri
indicavano, gia' nel 4000 a.C., il papavero
da oppio, stava per pianta della gioia,
dimostrando cosi' come le antiche popolazioni
della Mesopotamia conoscevano bene le
proprieta' euforizzanti del succo di tale
pianta.
L'oppio veniva usato dagli Egizi come
calmante per i bambini ed era l'ingrediente
principale del pharmakon nepenthes che
Elena versa nel vino durante il banchetto
con Telemaco alla corte di Menelao, raccontato
da Omero nell'Odissea (IV, 219-228).Nella
mitologia greca e romana l'oppio era una
presenza ricorrente. Un mito raccontava
come Demetra, la dea della terra feconda,
sorella di Zeus, usasse il papavero per
alleviare il dolore provocatole dal rapimento
della figlia Persefone.
Per questa ragione, esso veniva usato
nel culto ufficiale di tale divinita'
e il papavero
veniva collocato immancabilmente tra le
spighe di grano che Demetra tiene in mano
nelle raffigurazioni, veniva usato nelle
decorazioni dei suoi altari e costituiva
l'insegna delle sue sacerdotesse. |

Capsula
di papavero da oppio e
attrezzature per il raccolto
Litografia anonima dell'Ottocento. Wellcome
Institute for the History of Medicine,
Londra
|
Il
papavero e' spesso presente nelle mani di Morfeo,
dio del sonno, mentre Nyx, dea della notte,
dispensava papaveri agli uomini. In talune rappresentazioni,
anche Hermes si fa avanti con un papavero, quando
arriva a recare il sonno ristoratore e la fantasia
dei sogni.
L'oppio era presente in moltissimi tipi di pozione
(teriaca) messi a punto dai medici greci e romani.
La teriaca piu' famosa ed usata era il galenos
(soave) elaborata dal cretese Andromaco il Vecchio,
medico alla corte di Nerone.
Il galenos era raccomandato come una infallibile
panacea. Il piu' grande medico dell'antichita'
romana, Galeno, prescriveva tale pozione diluita
in alcool per una serie incredibile di disturbi,
tra cui sintomi di avvelenamento, cefalee, problemi
di vista, epilessia, febbre, sordita' e lebbra.
Con questa pozione, stemperata in abbondanti
dosi di miele, Galeno curo' il piu' eminente
dei suoi pazienti, l'imperatore Marco Aurelio,
sino a farlo divenire dipendente dall'oppio,
come testimoniano i resoconti clinici compilati
dal medico.
L'oppio era un principio curativo fondamentale
della farmacopea araba e da questa passo' quindi
nella medicina europea. Il famoso alchimista
Paracelso metteva a punto un preparato a base
d'oppio destinato ad avere una straordinaria
diffusione: il laudano.
A partire dal Cinquecento l'oppio diveniva d'uso
comune nel nostro continente, come testimonia
il fatto che tale sostanza si trasformava in
una sorta di topos dell'immaginario occidentale,
tanto che in letteratura il riferimento all'oppio
costituiva una sorta di pretesto narrativo,
una chiave simbolica, per l'analisi e la descrizione
delle lotte umane contro le tristezze e le sofferenze,
contro i ricordi angosciosi, ma anche un elemento
fondamentale nell'invenzione e nello sviluppo
del racconto di intrighi e illecite macchinazioni.
Nonostante la crescente diffusione dell'oppio,
tuttavia, l'uso di tale droga non assunse mai
livelli epidemici. Esistevano consumatori occasionali
e sporadici, individui farmaco-dipendenti, ma
socialmente accettati e capaci di mantenere
una vita di relazione nei canoni della normalita'
ed infine gruppi significativamente piccoli
di tossicomani completamente dipendenti ed asserviti
alla droga, ma che non rappresentavano un reale
pericolo sociale, data la loro scarsa consistenza
numerica.
L'era
industriale e la sintesi in forma pura dei principi
psicoattivi
Questa
condizione doveva mutare con l'avviarsi della
Rivoluzione industriale, quando l'oppio, ormai
prodotto in larga scala, diveniva una merce
acquistabile a basso prezzo. In Inghilterra,
ad esempio, l'oppio veniva venduto a prezzi
dalle cinque alle dieci volte piu' bassi di
quelli della birra e dell'alcool. Gli inglesi
disponevano delle enormi piantagioni d'oppio
dell'India, la cui produzione, data la quantita'
e dato il basso costo della manodopera, poteva
essere commercializzata a prezzi estremamente
concorrenziali. La grande disponibilita' d'oppio
a basso prezzo determinava, soprattutto nella
classe operaia, l'instaurarsi di un'epidemia
d'abuso ancora piu' grave di quella dell'alcoolismo.
Gli interessi commerciali e l'avvio della produzione
di farmaci a livello industriale favorirono
allo stesso tempo un'impressionante proliferazione
di rimedi a base d'oppio, largamente pubblicizzati
e distribuiti capillarmente.
Sciroppi, cordiali e polveri dai nomi familiari
ed accattivanti (lo sciroppo dolce della signora
Winslow, l'elisir all'oppio di McMunn, il Cordiale
Godfrey, lo Cherry di Ayer e cosi' via) e dalle
confezioni appariscenti venivano reclamizzati
su giornali e riviste, venduti per posta o direttamente
dai medici, mentre nelle farmacie i preparati
a base d'oppio rappresentavano il prodotto piu'
acquistato.
Questa convergenza di interessi determinava
quindi una rapida estensione del consumo dell'oppio
e dei suoi derivati anche ai ceti sociali privilegiati.
Negli Stati Uniti l'oppio diventava una sostanza
d'abuso tipica della borghesia e soprattutto
del sesso femminile. Stime ufficiali dell'Amministrazione
Sanitaria della confederazione americana indicavano
un rapporto variabile da uno a venti a uno a
cento tra individui dipendenti da oppioidi e
popolazione totale, laddove oggi tale rapporto
negli Stati Uniti va da uno a duecento a uno
a cinquecento.

Fig. 2:
Fumeria d'oppio nella Parigi dell'Ottocento
L'oppiomania
divenne un grave problema nell'Europa
dell'Ottocento e molti intellettuali denunciarono
i pericoli derivanti dall'uso del succo
di papavero. Ne I paradisi artificiali
, ad esempio, Baudelaire scriveva:
"quanti cercano il paradiso con l'oppio
si costruiscono un inferno, lo preparano,
lo scavano con un successo la cui previsione
forse li spaventerebbe"
|
L'abitudine
di fare uso dell'oppio si diffuse anche
tra gli intellettuali e tra i letterati,
soprattutto inglesi: George Byron, Percy
Shelley, Walter Scott, John Keats, Wilkie
Collins e Charles Dickens facevano ricorso,
saltuario o sistematico, al laudano per
curare i mal di capo, l'insonnia, l'ansia.
I casi piu' famosi pero' sono quelli di
Samuel T. Coleridge e soprattutto di Thomas
De Quincey. Quest'ultimo ci ha lasciato
un mirabile racconto autobiografico della
sua esperienza di tossicomane, Le confessioni
di un mangiatore d'oppio. Anche la cultura
francese produsse originali posizioni
sul problema dell'oppiomania (fig.2),
come quelle illustrate da Honore' de Balzac
nel racconto Massimilla Doni e quelle
discusse da Charles Baudelaire nei famosi
saggi raccolti ne I paradisi artificiali.
L'oppiomania della Rivoluzione industriale
e' un esempio eloquente di come sia l'offerta
delle droghe a creare la domanda, e non
viceversa.
La facile disponibilita' di tale droga,
sia in termini di diffusione al minuto
che in termini di prezzo, contribui' in
maniera determinante all'origine dell'epidemia
d'abuso del secolo scorso. |
La grande diffusione dell'uso
dell'oppio nella societa' di quel periodo, infine,
rendeva il dominio della normalita' sociale
molto diverso da quello che vige nella cultura
attuale. La gente considerava l'uso dell'oppio
e l'oppiomania come comportamenti non devianti
e i governi continuavano a sancire la piena
legittimita' di tali abitudini. La grave epidemia
d'abuso dell'oppio dell'Ottocento trasformava
la produzione e il commercio di tale sostanza
in un colossale affare. Cio' e' testimoniato
eloquentemente dal fatto che proprio in quegli
anni l'Inghilterra si decideva a scatenare una
guerra contro la Cina per costringerla a ripristinare
la legalita' dell'oppio revocata nel lontano
1729 dall'imperatore Yung Chiang.
L'espandersi dell'uso dell'oppio incito' a nuovi
studi sulla sostanza.
Nel 1804, Armand Séquin isolava per la prima
volta il costituente fondamentale di tale droga,
chiamandolo morfina, in onore a Morfeo, dio
greco del sonno e dei sogni. Un anno piu' tardi
Wilhelm Setürner, un giovane speziale tedesco
di soli vent'anni, metteva a punto un efficace
ed economico metodo di isolamento e produzione
della morfina.
Nel
1853, Alexander Wood inventava la siringa
ipodermica (Fig.3),
rendendo cosi' possibile l'assunzione
di droghe in forma pura direttamente nel
circolo sanguigno. Si determinava cosi'
una svolta radicale nel rapporto tra l'uomo
e le droghe, in quanto l'iniezione endovena
aumenta in modo drammatico l'azione delle
droghe sul cervello. Il successo dell'accoppiata
morfina-siringa diveniva ben presto tale
che su di essa cominciava a svilupparsi
una terapeutica dalla casistica praticamente
sterminata. La morfina non era soltanto
un rimedio alle patologie organiche, ma
diventava anche un farmaco per le malattie
sociali.
L'alcaloide dell'oppio doveva servire,
secondo teorie mediche accreditate nella
seconda meta' dell'Ottocento, a sconfiggere
la piaga dell'alcolismo e a risolvere
cosi' tutti i problemi sociali conseguenti
a tale abuso. Non si doveva attendere
molto per assistere alle prime tragiche
dimostrazioni della pericolosita' dell'uso
irrazionale della morfina iniettabile. |
Fig. 3: La morfinomane
Eugene Grasset, Cromolitografia, 1897.
Biblioteca Jacques Doucet, Parigi
|
Durante la guerra di secessione
americana (1861-1865) e con il conflitto franco-prussiano
(1870-1871) decine di migliaia di militari divennero
assuefatti alla morfina, tanto che la dipendenza
a questa droga venne significativamente chiamata
"malattia del soldato".
Gli ufficiali medici
avevano purtroppo imparato a somministrare la
morfina non soltanto come anestetico per le
operazioni sui soldati feriti, ma anche per
dare sollievo ai piu' piccoli malanni fisici
e al disagio psicologico provocato dalla tensioni
delle battaglie. La guerra franco-prussiana
diffondeva la pratica della morfina anche tra
lo stato maggiore dell'esercito tedesco e quindi
tra le classi piu' agiate del Secondo Reich,
sino al cuore dell'intellighenzia.
Il musicista ufficiale del regime, Richard Wagner,
e l'artefice dell'unificazione nazionale, paladino
del militarismo prussiano e cancelliere del
Reich Otto von Bismarck, erano consumatori abituali
di morfina. La moda della morfina si radicava
anche in Francia, soprattutto tra i ceti medio
alti. Il derivato dell'oppio faceva adepti tra
intellettuali, scienziati, uomini di stato.
Il generale Georges Boulanger, ministro della
guerra nella Terza Repubblica francese e capo
del movimento nazionalista e autoritario del
boulangismo, era stato visto varie volte iniettarsi
morfina in pubblico. Guy de Maupassant usava
la morfina a scopo voluttuario e per stimolare
la creativita'. Negli ultimi anni della sua
vita, il grande neuropatologo e maestro di Sigmund
Freud, Jean-Martin Charcot, si iniettava una
dose di morfina al giorno per trovare sollievo
da una lombaggine cronica. Jules Verne ricorreva
alla morfina per ridurre il dolore che gli provocava
una pallottola conficcata nel piede che non
poteva estrarre a causa del diabete che lo affliggeva.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la morfina
assurgeva a simbolo caratterizzante la cerchia
elitaria di esteti e raffinati decadenti e per
estensione degli intellettuali in genere. Si
fabbricavano astucci d'argento ornati da emblemi,
incisioni, stemmi e iniziali di famiglia, contenenti
il necessaire per la somministrazione della
droga: una siringa d'oro ed un grazioso flacone
di vetro intarsiato. I morfinomani della buona
societa' si regalavano l'un l'altro questi preziosi
strumenti scegliendoli con grande cura ed attenzione.
Non era difficile incontrare nei caffé, al teatro,
negli angoli dei salotti alla moda, dame e signori
del bel mondo che si iniettavano con fare disinvolto
la morfina in una coscia, anche attraverso gli
indumenti.
Cosi', la «medicina di Dio» si era rivelata
essere anche un potenziale veleno, il germe
portatore di una delle piu' gravi epimedie della
storia moderna, la causa scatenante di una piaga
sociale apparentemente insanabile.
Occorreva pertanto trovare un farmaco parimenti
efficace contro il dolore, che non provocasse
pero' la dipendenza. Questa ricerca rappresentava
un nuovo colossale affare commerciale e le maggiori
industrie chimico-farmaceutiche dell'epoca investirono
su di essa ingenti quantita' di denaro. Nel
1898, la Bayer annunciava al mondo di essere
finalmente pronta a commercializzare questo
farmaco miracoloso. Il lancio del nuovo prodotto
veniva preparato con una massiccia e capillare
campagna pubblicitaria. Foglietti illustrativi,
depliant e campioni gratuiti della sostanza
vennero inviati praticamente a tutti i medici
e a tutte le farmacie dei paesi industrializzati.
«Contro tutti i dolori, sedativa della tosse,
per la cura dei tossicomani», cosi' recitava
il foglietto inviato con il campione. Era la
diacetilmorfina, il cui nome commerciale, Eroina,
derivava dalla parola tedesca heroisch, energico,
eroico, che piu' caratterizzava, secondo la
Bayer, questo farmaco potente e apparentemente
privo di controindicazioni.
 |
Par. 2
- Le droghe stimolanti - |
2.1 Coca e Cocaina
I
metodi di datazione applicati su reperti
archeologici scoperti nelle Ande centrali,
testimoniano come l'uomo abbia cominciato
a masticare le foglie di coca, da cui
si estrae la cocaina, in epoche precedenti
al 2500 a.C.
La pianta della coca ha avuto un'importanza
enorme per tutte le civilta' andine. Cio'
e' testimoniato dal fatto che essa era
protagonista principale di tutti i moltissimi
miti d'origine con i quali si raccontavano
le vicende leggendarie della fondazione
delle varie civilta' andine. La coca costituiva
inoltre la pianta per eccellenza, la classe
paradigmatica dell'intero regno vegetale,
come attestavano i significati stessi
della parola. Nel linguaggio della civilta'
Tiahuanaca, ad esempio, la parola coca
significava semplicemente pianta o albero.
La coca aveva un posto particolare nell'olimpo
Incaico. Essa era il dono che il dio Sole
aveva fatto a suo figlio, Manco Capac,
mitico fondatore dell'impero Inca, per
alleviare le sofferenze umane ed infondere
vigore alla nuova civilta'.
Dato il carattere sacrale della coca,
la consuetudine e le leggi incaiche ne
limitavano l'uso all'aristocrazia imperiale
e alla potente casta sacerdotale. Sino
all'arrivo degli spagnoli, pertanto, la
popolazione poteva consumare la coca soltanto
in occasione di particolari riti religiosi
e per scopi terapeutici. Nel 1532, con
la caduta dell'impero Incaico per mano
degli eserciti spagnoli guidati da Francisco
Pizarro, la situazione doveva mutare radicalmente.
Con l'uccisione dell'ultimo imperatore
incaico, Atahualpa, gli indios dell'impero
cominciavano a fare libero uso della coca,
tanto che, sin dai primi resoconti che
gli storici e i cronisti spagnoli pubblicavano
sulla nuova provincia, e' costante il
riferimento all'estrema diffusione del
consumo di coca e al fatto che gli indigeni
considerassero la coca una ricchezza inestimabile,
tanto da preferirla all'oro.
Gli spagnoli usarono dunque la coca come
compenso per il massacrante lavoro nelle
miniere e nelle piantagioni degli Incas
schiavizzati. Le complicanze sull'organismo
prodotte dall'abuso generalizzato di coca
amplificarono la mortale azione delle
armi e dei virus europei per i quali gli
indigeni non avevano alcuna resistenza
immunitaria, accelerando il gia' rapido
processo di eliminazione degli indios
da parte degli spagnoli.
Coca
e bevande toniche
I
primi seri studi di tossicologia
e sull'uso della coca in clinica
iniziavano nella seconda meta' dell'Ottocento,
con la pubblicazione di un'importante
opera di Paolo Mantegazza, un eclettico
professore italiano di patologia
generale ed antropologia, intitolata
Sulle virtu' igieniche e medicinali
della coca e degli alimenti nervosi
in genere. Il Saggio conobbe un
successo straordinario in tutta
Europa e divenne il maggiore veicolo
di promozione del potente stimolante
nella societa' occidentale. Ispirandosi
all'opera di Mantegazza, un chimico
farmacista corso, Angelo Mariani,
ideava nel 1863 una bevanda preparata
con coca sciolta in vino: il Vin
Mariani (Fig.5).
Questa bibita tonificante veniva
usata anche in medicina, perché
si pensava capace di sollevare il
morale ai depressi e di curare praticamente
ogni tipo di disturbo fisico, dal
mal di gola alle affezioni nervose,dall'impotenza
all'insonnia, dall'anemia alle febbri,
finanche ai morbi di tipo contagioso.
La bevanda acquistava immediatamente
una popolarita' clamorosa, annoverando
tra i suoi acquirenti personalita'
famose del mondo dell'arte e della
cultura, come Emile Zola, August
Rodin, Charles Gounod, Alexandre
Dumas figlio, Paul Verlaine, Jules
Verne, Heinrik Ibsen, Thomas Alva
Edison, della politica, come Ulysses
Grant, presidente degli Stati Uniti,
come lo zar di Russia e il Principe
di Galles. Mariani era ritenuto
un benefattore dell'umanita', tanto
che papa Leone XIII regalava al
chimico corso una medaglia d'oro
in segno di riconoscenza.
Il successo mondiale del Vin Mariani
spingeva l'artigianato e l'industria
chimico-farmaceutica a mettere a
punto un preparato capace di trarre
profitto dal ricchissimo mercato
creato dal tonico francese. Fu un
farmacista americano di Atlanta,
John Styh Pemberton, a commercializzare
nel 1885 la prima bevanda in concorrenza
con il Vin Mariani, il French Wine
Coca.
L'anno successivo Pemberton modificava
il suo preparato eliminando l'alcool
e aggiungendo estratto di noce Kola
- una sostanza ricca di caffeina
-, oli di agrumi e dolcificanti.
Il nuovo analcolico (soft drink)
era destinato, secondo la pubblicita'
che ne accompagno' l'immissione
sul mercato, «agli intellettuali
e agli alcolisti in astinenza»:
il suo nome commerciale era Coca
Cola. Sino al 1903, anno in cui
il governo federale statunitense
imponeva la decocainizzazione delle
foglie di coca usate per la preparazione,
la cocaina fu un ingrediente della
Coca Cola. |

Fig.
5: Manifesto
pubblicitario del Vin Mariani
L'eccezionale
campagna pubblicitaria che accompagno'
la commercializzazione del Vin Mariani
mirava non solo a far conoscere
la bevanda, ma anche a provare la
"realta'" delle straordinarie
virtu' del tonico attraverso le
autorevoli e favorevoli testimonianze
delle grandi personalita' che l'avevano
usato. Per raccogliere e rendere
noti ai consumatori questi testimonial,
Mariani comincio' a pubblicare,
dal 1891, una elegante serie di
quattordici Album. In essi erano
presenti i ritratti e le autografe
attestazioni di gratitudine che
la gente illustre gli aveva inviato.
Gentilmente concessa dall'editore
Casamassima, Udine |
Dalla
Coca alla Cocaina
Nella
storia dell'uso delle foglie di coca non
si trovano, eccetto che per il consumo
coatto imposto agli indios dai conquistadores,
testimonianze di abuso e di problemi di
una certa rilevanza sociale (nella sanita'
e nell'ordine pubblico) connessi all'utilizzo
della pianta peruviana. Tali problemi
invece apparivano drammaticamente a partire
dal 1860, quando Albert Nieman, un chimico
di Göttingen, riusciva ad isolare l'alcaloide
principale delle foglie di coca, la cocaina.
La disponibilita' della cocaina in forma
pura facilitava anche le ricerche medico-scientifiche
e l'impiego in clinica, soprattutto nel
settore delle malattie mentali. Fiorirono
cosi' una serie di bizzarre proposte per
l'utilizzo "razionale" del potente
stimolante. In Francia, alla fine degli
anni settanta, si consigliava la somministrazione
della cocaina agli operai per l'aumento
della produzione nelle fabbriche.
Negli Stati Uniti si usava curare l'esaurimento
nervoso e persino la timidezza con dosi
di cocaina. Nel 1878, il dottor Bentley
suggeriva di utilizzare la cocaina per
la disintossicazione dei morfinomani.
La pratica del dottor Bentley trovava
purtroppo vasta applicazione, soprattutto
negli Stati Uniti, dove peraltro veniva
estesa al recupero degli alcolisti, producendo
infallibilmente nei pazienti la conversione
della dipendenza dagli oppioidi (e dall'al-cool)
al farmaco stimolante. Agli inizi degli
anni '80, in Germania furono condotti
studi sulle proprieta' stimolanti ed anoressizzanti
della cocaina somministrandola di nascosto
ai soldati. Lo Stato Maggiore tedesco
sperava di trovare una sostanza in grado
di migliorare il morale, l'efficienza
e la resistenza delle truppe alla fatica
e alla fame, in modo facile, sicuro e
relativamente economico.
Tali pericolose teorie erano ben conosciute
e condivise da Sigmund Freud e lo spingevano
a sperimentare, entusiasmandosene, gli
effetti della cocaina su se stesso.
Nel suo famoso saggio Sulla cocaina, pubblicato
nel 1884, il padre della psicanalisi raccontava
come dal 1864 avesse cominicato a fare
uso di cocaina per combattere i suoi ricorrenti
stati depressivi. L'ingenua fiducia nel
nuovo farmaco era tale da indurlo a regalare
la cocaina alla sua fidanzata, Marthe
Bernays e a consigliare il suo uso come
farmaco disintossicante a un caro amico,
il patologo Ernst Fleischl, divenuto morfinomane
in seguito ad una lunga terapia del dolore.
Dopo aver trovato iniziale giovamento,
Fleischl sviluppo' una fortissima dipendenza
alla cocaina, sino ad aver bisogno di
dosi eccezionali, cento volte superiori
a quelle usate nei normali trattamenti:
un grammo al giorno che si autosomministrava
per iniezione sottocutanea. Fleischl cominciava
quindi ad avere spaventosi episodi paranoidei:
allucinazioni e deliri che aveva sperimentato
talvolta anche Freud, nei quali terrorizzato
ed impotente doveva lottare contro i morsi
e le aggressioni di miriadi di insetti
sopra e sotto la pelle.
I racconti delle angoscianti allucinazioni
sensoriali di Fleischl costituiscono il
primo resoconto di un sintomo classico
del cocainismo, la zoopsia, eufemisticamente
indicata come "sintomo delle bestioline".
I deliri di Fleischl divennero sempre
piu' frequenti, sino a renderlo vittima
di una delle prime forme documentate di
psicosi cocainica.
La triste esperienza di Fleischl accomunava
presto folte schiere di ex-morfinomani
e nuovi drogati, facendo finalmente spegnere
l'acritico entusiasmo della comunita'
medica.
L'epidemia dell'abuso si diffuse quindi
tra gli intellettuali, dato che la cocaina
veniva ritenuta una sostanza capace di
amplificare le capacita' critiche e creative.
Scritto in tre giorni e tre notti da un
autore dedito all'uso dei piu' diversi
farmaci, Robert L. Stevenson, Lo strano
caso del dottor Jeckyll e Mr Hyde, e'
forse l'opera letteraria piu' famosa redatta
sotto l'effetto di cocaina.
Il famosissimo Sherlock Holmes, immaginario
detective dei gialli di Conan Doyle, al
quale il suo ideatore faceva consumare
notevoli quantita' di cocaina, diede un
indiscutibile contributo alla propaganda
di questa droga.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento,
la moda della cocaina guadagnava consensi
sempre piu' vasti anche al di fuori delle
elite intellettuali, soprattutto negli
Stati Uniti. Nelle grandi metropoli europee
e americane si inauguravano ritrovi per
il consumo di cocaina. La cocaina, come
la morfina, si consumava poi durante le
feste private e nel buio delle platee
dei teatri. La cocaina conquistava nuovi
adepti anche nelle classi lavoratrici.
I conduttori di mezzi di trasporto pubblico
o le guardie notturne lo usavano per sopportare
il sonno durante i turni di notte. Per
le stesse ragioni, la cocaina diveniva
sostanza d'abuso nel variegato mondo del
popolo della notte. La assumevano scassinatori,
prostitute, giocatori d'azzardo, frequentatori
di locali piu' o meno alla moda.
Negli stati meridionali dell'unione americana
la cocaina costituiva una parte del compenso
elargito ai negri raccoglitori di cotone.
In Europa l'abuso di cocaina trovava in
Francia la sua patria adottiva. Nel 1924
nella sola Parigi si contavano almeno
80.000 cocainomani. Nel 1914, un'indagine
epidemiologica pubblicata sul Journal
de Médicine française rivelava che almeno
meta' delle prostitute di Monmarte era
dipendente dalla cocaina. Molti tra i
dadaisti e i surrealisti francesi erano
dediti a tale droga. La cocaina servi'
purtoppo a qualcuno di loro per darsi
la morte.
La cocaina dunque era divenuta un grande
affare commerciale e, attirando conseguentemente
gli interessi della malavita, si era trasformata
in una grave minaccia per l'ordine pubblico.
A partire dagli inizi del Novecento, le
autorita' dei vari stati americani cominciarono
a prendere seri provvedimenti restrittivi
e ad iniziare una vigorosa campagna educativa
nelle scuole e presso gli eserciti.
L'atteggiamento degli Stati Uniti veniva
presto imitato a livello internazionale.
Il documento elaborato per la «Convenzione
dell'oppio» all'Aja dalla Societa' delle
Nazioni, nel 1912 e nel 1914, sanciva
infatti la messa al bando della cocaina
e restringeva la liceita' del suo uso
esclusivamente alle applicazioni mediche
e alla ricerca.
2.2
Le amfetamine
La
storia delle amfetamine e' piuttosto recente
rispetto a quella delle altre sostanze
psicotrope che abbiamo gia' illustrato.
Le amfetamine, infatti, vennero sintetizzate
verso la meta' degli anni trenta da un
chimico di Los Angeles, Gordon Alles.
Tali sostanze dovevano costituire un sostituto
sintetico dell'efedrina, un principio
farmacologico naturale della pianta Efedra
molto efficace nella cura dell'asma, ma
di difficile estrazione.
Le amfetamine, poste liberamente in vendita
alla fine degli anni trenta in confezioni
con inalatore, ebbero immediatamente un
successo commerciale, non solo per la
loro efficacia nel trattamento delle affezioni
asmatiche, ma soprattutto per le proprieta'
stimolanti, la cui conoscenza si diffuse
immediatamente, in special modo nel mondo
degli studenti americani. Questi ultimi
avevano imparato ad assumere il farmaco
per vincere il sonno durante la preparazione
agli esami.
In quegli anni le amfetamine venivano
prescritte come antidepressivi e per la
cura degli "esaurimenti nervosi".
La potente azione anoressizzante, inoltre,
veniva utilizzata per la produzione di
farmaci per le cure dimagranti. Vennero
dunque messe a punto numerosissime "pillole
dietetiche", la cui pubblicita' comincio'
ad invadere non solo le riviste di medicina
ma anche i rotocalchi a larga diffusione.
Cio' determinava, agli inizi degli anni
cinquanta, una grave e particolare forma
di epidemia d'abuso, con moltissimi casi
di persone diventate dipendenti all'amfetamina
nel corso di cure dimagranti, ed induceva
i governi dei paesi occidentali a regolamentare
la produzione e il commercio di farmaci
a base di amfetamine.
Le
amfetamine e la seconda guerra mondiale
La
prima grave epidemia d'abuso, in realta',
si era verificata durante la seconda guerra
mondiale. Le pillole a base di amfetamine
venivano infatti distribuite ai soldati,
specialmente ai piloti, per aumentarne
l'efficienza e sostenerne il morale. Secondo
alcune stime, circa il 10% delle truppe
inquadrate nell'esercito americano era
dedito all'uso cronico e pesante di amfetamine.
Tra i soldati dei corpi speciali e tra
i prigionieri di guerra tale percentuale
si alzava sino al 25%. I tedeschi distribuirono
agli alleati giapponesi dell'Asse grandissime
quantita' di amfetamine, esportando verso
l'Impero del Sol Levante anche le conoscenze
e le tecnologie necessarie allo loro sintesi.
A differenza dei tedeschi, pero', i giapponesi
distribuivano le amfetamine soprattutto
alla popolazione civile, nelle fabbriche
di munizioni e materiale bellico, per
aumentare la produttivita'.
"Ammine della veglia" fu il
nome dato dai giapponesi a queste sostanze
e che indicava sinteticamente i loro effetti
piu' manifesti ed apprezzati.
Alla fine della guerra, le industrie farmaceutiche
nipponiche cercarono di vendere le enormi
scorte di amfetamine accumulate con anni
di produzione esasperata, attraverso una
martellante campagna pubblicitaria, che
decantava l'efficacia di queste droghe
nei casi di depressione, sonnolenza, stanchezza
cronica, obesita'. La campagna pubblicitaria
ebbe un grande successo in quanto sfruttava
scientificamente il diffuso stato di frustrazione
e sfiducia che si era impadronito del
paese, soprattutto dei giovani, in seguito
alla sconfitta militare, proponendo un
rimedio estremamente economico, rapido
e potente. Con gli inizi degli anni '50,
quindi, scoppiava in Giappone una vera
epidemia dell'abuso di amfetamine.
Una statistica del 1950 rivelava che circa
il 5% della popolazione compresa tra i
16 e i 25 anni era costituita da tossicodipendenti
dediti all'uso di amfetamine. Un'altra
statistica del 1954, invece, dimostrava
che su sessanta omicidi commessi nel paese,
trentuno erano in qualche modo in rapporto
piu' o meno diretto con l'abuso di tali
sostanze.
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Par. 3
- Gli allucinogeni - |
3.1 La Canapa
Indiana
La canapa
indiana (Cannabis indica) e' una
pianta comune largamente diffusa
nelle zone tropicali e temperate
della terra. Dalla canapa indiana
si traggono la marijuana e l'hashish,
sostanze con blanda azione euforizzante
ed allucinogena. La marijuana e'
una miscela delle foglie, dei fiori
e degli steli della canapa indiana,
mentre l'hashish rappresenta la
resina della cannabis estratta dal
polline dei suoi fiori. L'hashish
possiede effetti stupefacenti molto
piu' forti rispetto alla marijuana
in quanto la resina del polline
contiene una percentuale di principi
psicoattivi, i cannabinoli, piu'
elevata di quella propria della
pianta al naturale.
Dalla
preistoria agli "assassini"
Si
suppone che l'uso della canapa indiana
cominci in eta' neolitica nei territori
situati a sud ovest del Mar Caspio
e corrispondenti all'attuale Afghanistan.
La conoscenza della canapa si sarebbe
da qui diffusa verso la Cina, dove
il suo uso e' documentato nel Rhyya,
un trattato cinese di botanica del
XV secolo a.C. Nel trattato farmacologico
risalente al leggendario imperatore
Shen Nung, la canapa veniva descritta
come sedativo e panacea. Il testo
indiano Atharveda indicava la canapa
come elemento magico e medicinale.
In India la canapa era ritenuta
di origine divina, in quanto derivava
dalla metamorfosi dei peli della
schiena di Visnu'.
Come tutti gli oggetti sacri essa
possedeva vari epiteti tra i quali
quello di Vijahia (fonte di felicita'
e successo) e di Ananda (che produce
la vita). La canapa era coltivata
dai bramini negli orti dei templi
e serviva alla preparazione di un
infuso chiamato bhang, che assunto
in determinate occasioni rituali
favoriva l'unione con la divinita'.
Gli Assiri bruciavano una sostanza
chiamata qunnabu nei loro templi,
mentre Caldei e Persiani la conoscevano
rispettivamente col nome di kanbun
e di kenab. Nell'Avesta persiano
la canapa occupava il primo posto
in una lista di migliaia di sostanze
terapeutiche.
Nel mondo islamico la canapa era
tenuta in grandissima considerazione.
Hashish in arabo significa erba,
anzi e' l'erba per eccellenza, come
se l'attivita' psicotropa della
pianta costituisse la chiave definitoria
dell'intero regno vegetale.
La canapa e' stata protagonista
della vicenda leggendaria del "Veglio
della Montagna" e della feroce
setta dei suoi assassini, che Marco
Polo riprendeva con alcune varianti
nel Milione, una storia che ha stimolato
per secoli l'immaginario occidentale,
soprattutto quello dell'epoca Romantica.
In essa si raccontava di come l'imam
Hasan, infallibile ed onnipotente
capo della citta' fortezza di Alamut
si servisse dell'hashish per arruolare
dei giovani e renderli privi di
volonta' e da lui assolutamente
dipendenti in modo tale da spingerli
nelle imprese piu' pericolose, non
escluso l'omicidio. Il termine assassini,
con cui si indicavano in Europa
i componenti di questo devotissimo
corpo armato di vendicatori, e quindi
per estensione gli autori di omicidio,
derivava dall'arabo hashishen, cioe'
dediti all'erba.
L'hashish
e l'indagine sulla follia
L'uso
voluttuario della canapa veniva
introdotto in Europa (soprattutto
in Francia), nell'Ottocento, in
seguito alla conquista delle provincie
dell'impero Ottomano da parte delle
truppe napoleoniche. Gli estatici
abbandoni ed il vacuo torpore, il
kif, cui si lasciavano andare gli
islamici e divennero presto esperienza
comune tra i borghesi e i giovani
romantici parigini. Nascevano quindi
circoli di fumatori d'hashish, luoghi
consacrati ad un nuovo culto laico.
Il «Club des Haschischins» era forse
il piu' noto di questi. Vi convenivano
alcuni tra i maggiori letterati
ed artisti parigini dell'epoca,
come Gérard de Nerval, Théophile
Gautier, Charles Baudelaire, Honoré
de Balzac.

Fig.
7: L'accenditrice di narghile'
Jean-Leon
Gerome, olio su tela, 1898.
Collezione privata.
Il fumo della canapa, che
gli europei avevano riscoperto
con le conquiste coloniali
nel Nord Africa ed in medio
Oriente, divenne una pratica
piuttosto diffusa nella buona
societa' dell'Ottocento, soprattutto
in quella francese. |
Diverso
era l'approccio che caratterizzava
l'altro famoso cenacolo dei
fumatori
di hashish
(Fig. 7), quello di cui era
capo indiscusso il medico
Jacques Joseph Moreau de Tours.
In questo circolo l'hashish
era usato "sperimentalmente",
come una sorta di sonda chimica
per indagare la follia dal
di dentro.
Nel saggio Du haschisch et
de l'aliénation del 1845,
Moreau de Tours scriveva di
aver visto «nell'haschisch,
o piuttosto nella sua azione
sulle facolta' morali, un
mezzo potente, unico, per
esplorare le patologie mentali».
Cio' perché, per comprendere
le straniate architetture
del pensiero folle, bisognava
averci vissuto dentro, almeno
per un momento, ma senza perdere
coscienza del delirio, mantenendo
la capacita' di osservare
e giudicare le alterazioni
via via sopraggiunte. Secondo
Moreau de Tours, questo era
possibile assumendo hashish.
|
3.2
Piante allucinogene del sud America

Fig.
8: Statuetta messicana che
rappresenta una donna sciamano
con fungomagico
La sacralita' della Psylocibe
mexicana, e' attestata dal
gran numero di ritrovamenti
di statuette simili a quella
raffigurata.
|
Molto antica e' anche la storia
dell'uso religioso del fungo
magico del Messico e dell'America
centrale (Psylocibe mexicana
Fig.8) in cui sono presenti
due potenti sostanze allucinogene,
la psilocibina e la psilocina,
straordinariamente simili
nella struttura chimica all'LSD.
Teonanacatl e' il nome indio
di questo fungo e significa
carne di dio, perché i sacerdoti
messicani pensavano che esso
permettesse di entrare in
comunicazione con gli dei
e di acquisire facolta' magiche
e curative. L'idea dello Psylocibe
come veicolo di un viaggio
a ritroso verso una grandezza
e una ricchezza perdute e'
ancora oggi comune in alcuni
riti degli Indiani mazatechi
e zapotechi.
Gli aztechi, invece, ritenevano
sacro il cactus
peyote
(Fig. 9), la pianta da cui
si ricava un allucinogeno
naturale, la mescalina, la
cui ingestione da' effetti
simili a quelli dell'LSD.
I mescaleros, cosi' i conquistadores
spagnoli chiamarono gli indios
del Centro America, avevano
fatto dell'assunzione di peyote
il fulcro dei cerimoniali
religiosi. |
L'esperienza
di trascendenza e di illuminazione
che questa sostanza e' capace di
dare costituisce ancora oggi un
elemento centrale della cultura
religiosa di alcune tribu' indiane
d'America. I sacerdoti del Peyotismo
non impongono nessun dogma specifico
ai fedeli, poiché ritengono che
ciascuno puo' entrare in comunione
con Dio tramite la "grazia"
che da' l'ingestione del peyote.
Il peyotismo e l'uso rituale del
peyote e del fungo psylocibe sono
il tema fondamentale di alcune delle
opere piu' famose di un antropologo
brasiliano, Carlos Castaneda: A
scuola dallo stregone, Una realta'
separata e Viaggio a Ixtlan. Piuttosto
che illustrare in maniera oggettiva
i risulati di una ricerca scientifica
condotta sul campo, esse tuttavia
rappresentano una ingenua ed acritica
apologia della mistica e dell'irrazionale,
tanto che Castaneda e' diventato
una sorta di guida spirituale per
la ribellione antintellettualistica
condotta da molti giovani negli
anni della contestazione del '68.
La
mescalina ispirava un'altra
opera letteraria di grande
fortuna: Le porte della percezione,
scritta da Aldous Huxley,
l'autore de Il mondo nuovo.
Egli riteneva che la mescalina
fosse il mezzo piu' efficace
per gettare luce su quelle
zone della coscienza umana
che la cultura occidentale,
cosi' improntata alla razionalita',
aveva messo in ombra. Per
tale ragione, egli accettava
di fare da cavia agli esperimenti
con cui gli psichiatri Humphry
Osmond, John Smythies e Abraham
Hoffer stavano indagando la
possibilita' di studiare i
meccanismi biologici della
schizofrenia attraverso l'induzione
di psicosi sperimentali con
mescalina. Le porte della
percezione narrano le esperienze
e raccolgono le riflessioni
suscitate dai viaggi allucinati
condotti da Huxley sotto l'effetto
della mescalina. |

Fig.
9: Cactus peyote (Lophophora
williamsi)
In seguito alla loro conversione
al Cristianesimo, le popolazioni
del centro America hanno incorporato
il culto del peyote nei rituali
cattolici. Nel 1918, questo
singolare sincretismo, che
ancora oggi viene praticato,
e' stato proclamato ufficialmente
Chiesa indigena americana.
|
3.3
Gli allucinogeni di sintesi
Le
metossiamfetamine
Tra
gli allucinogeni di origine naturale,
la mescalina e' sicuramente la sostanza
meno attiva. Negli anni '60, l'interesse
sorto in ambito psichiatrico intorno
alla mescalina diede un forte impulso
alle ricerche chimiche e farmacologiche
tese a potenziare gli effetti del
principio attivo del peyote. Nascevano
cosi' le metossiamfetamine. Le prime
metossiamfetamine hanno conosciuto
una grandissima diffusione nel movimento
hippy, soprattutto tra gli hippies
di quello che era il centro mondiale
della produzione di nuove sostanze
psicoattive e dell'esplorazione
dei loro effetti, San Francisco.
Una tra queste, la 2,5-Dimetossi-4-metilamfetamina
(DOM), cento volte piu' potente
della mescalina, era stata soprannominata
STP, abbreviazione di serenita',
tranquillita', pace, ma anche chiaro
riferimento ad un noto additivo
della benzina usato per dare piu'
potenza al motore.
Il tramonto della cultura psichedelica
hippy e l'avvento di quella efficientistica
e piu' "effimera" degli
yuppies determinava quindi il declino
dell'uso delle sostanze allucinogene.
La trasformazione del mercato delle
sostanze psicotrope impose cosi'
all'industria chimica illegale la
produzione di droghe capaci di aumentare
la vigilanza e la consapevolezza
del sé senza produrre effetti psicotici
e distorsioni percettive. La piu'
tristemente famosa di queste sostanze
e' l'MDMA, nota come ecstasy. Una
droga che ha raggiunto il massimo
della popolarita' negli anni '80,
in quella parte della popolazione
giovanile che ha assimilato le istanze
e gli stereotipi piu' deteriori
- soprattutto per quanto riguarda
le pratiche di aggregazione sociale
- proposti da alcuni nuovi modelli
culturali.
L'ecstasy e' cosi' diventata una
sostanza molto usata tra quelli
che maniacalmente cercavano e cercano
l'esasperazione del divertimento
nelle discoteche, nelle feste private
e nei locali notturni, perché conferisce
euforia e possiede una potente azione
eccitante. Al suo uso non e' certo
disgiunta la drammatica crescita
della mortalita' sulle strade del
sabato sera.
LSD:
la dietilamide dell'acido lisergico
Nella
grandissima varieta' delle sostanze
allucinogene, la dietilammide dell'acido
lisergico, o piu' brevemente LSD
(Fig.10), e' sicuramente la piu'
conosciuta. Essa e' stata la prima
droga psichedelica ad incidere in
maniera profonda sulla cultura e
sull'immaginario del mondo occidentale.
Intorno all'esperienza psicheledica
prodotta dall'LSD, infatti, si originarono
alcuni tratti fondamentali della
"metafisica" e, in certi
casi, della mistica che animava
la rivolta hippy e che sul finire
degli anni '60 si diffuse da San
Francisco in tutti i paesi industrializzati.
Il 16 aprile 1943, Albert Hofmann,
un chimico dei laboratori Sandoz,
ingerendo accidentalmente l'LSD
nel corso di esperimenti sull'attivita'
farmacologica dei derivati dell'acido
lisergico, veniva colto da allucinazioni,
da un flusso ininterrotto di vivide
visioni, immagini distorte, giochi
caleidoscopici di colori, forme
grottesche, durato qualche ora.
Egli
aveva scoperto casualmente
le straordinarie proprieta'
psichedeliche dell'LSD.
Uno dei primi utilizzi dell'LSD
(Fig.10) tentati in medicina
fu quello in ambito psichiatrico.
Esso venne usato con l'intento
di rendere conscio l'incoscio,
ma anche, come nel caso degli
altri allucinogeni, quale
strumento per indurre delle
psicosi sperimentali e studiare
quindi i meccanismi della
malattia mentale. Agli scarsi
successi terapici, tuttavia,
si accompagnava una straordinaria
e rapida diffusione nel consumo
voluttuario di LSD. |

Fig.
10:
Pannocchia
di granturco infestata da
Claviceps purpurea, fungo
da cui si estrae l'acido lisergico,
sostanza base la sintesi dell'LSD |
L'LSD
diveniva in breve una bandiera ideologica,
il simbolo dell'anticonformismo
e del rifiuto dei valori della cultura
occidentali.
Secondo gli hippies e i ragazzi
della beat generation, l'LSD doveva
servire a promuovere quella rivoluzione
psichedelica che avrebbe finalmente
liberato la coscienza e i comportamenti
dai legacci dell'educazione all'individualismo
e del pensiero raziocinante imposti
come norma dalla societa' occidentale. |
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